La giusta dose

Passati gli anni diventato cinico,

                                     davanti prato purezza ormai persa

                            24

   un falò lasciato spegnere, davanti gli occhi un mondo scorto da lontano

perdevo.
Inevaso, sfumato;

spento mi sono lasciato spegnere come brace senza sentinella al bivacco; assente                   nel pensare il canone di quella che Bellezza mi rifiuta

0042

non riesco a stringere tra le mani ed io non c’ero, non ero

non vero, non ero. Una bellezza che si presta davanti

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ma di te non ne vuole sapere.

Assottigliato in una storia bevuta
attraversavo campi e stelle in cielo senza posare la testa

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città deserte convuoti di storia

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il fluire senza raccoglierne l’acqua, dov’è non c’è differenza
tra i ciottoli, come occhi persi tra la folla dei passanti i giorni

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muoiono nei ricordi, come le morti in periferia.
Basterebbe quel filo d’erba
perso in quella poesia d’incantati

sdraiato lo fissavo
e c’era tempo, c’era vento

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finito il tempo infinito, la ragazza accanto
mai stanca, occupata, senza,
pensava ma non attendeva, c’era
ed io che la perdevo andando via,

pensando…
allora si mormora parole

come augelli senza dove cercano l’estate
autunnizzate in un arcobaleno
come da ombre,
di qualcos’altro

svolazzanti, di contorno posati
che delicati sctrusciano il becco sotto le piume…
Mai vero, mai giusto, mai nostro, intimo.
E a tutti noi, accalappiati come simili,
sottodose, sottomano, sottobanco ci vendiamo sottomarca.

      ia_eugeniafratzeskou02

La felicità
l’idea inutile e vincente
la voglia castrata
in cerca di un ordine da eseguire.

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Senso

…e croce.

Vorticavano tra le foglie

– aspettavo il tuo nome –

tenevano in mano i danzatori

gli epitaffi,

ballavano

torcendosi in alto

abbracciandosi

come le fiamme in un camino.

Nascendo ai miei occhi,

il tuo sorriso

stava per far vittima d’amore.

Nude le danze dipinte di bianco

una corona di baci segnava i tracciati

ed era la  musica che ne salvava i silenzi

– i danzatori ballavano seguendo i sussulti del respiro –

io leggevo gli epitaffi

e non trovavo scritto che il tuo nome.

Da quelle mani fuggii per sempre. Da quell’istante rimasi solo

e ci volli rimanere

perché non trovavo altro che silenzi.

Da me fuggivano i venti

e i voli degli uccelli
e in me la notte entrava

facendomi compagnia

nella sua riflessa solitudine come per farmi dormire

aprirmi una finestra

e starmi lì a consolare.

Mi stesi

in un’alba incerta

s’un prato di fiori appassiti;

mentre davo baci alla terra e di fango le mie labbra s’inumidivano

leggevo di filosofia e di letteratura

accarezzavo quello che ancora non c’era

e mi domandavo amore, facendo nascere

sotto un cielo di stelle

vicino ai piedi bagnati di mare

quei mille ricordi che in me non volevano morire.

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Ossessio

Ossessio

“Hai detto mezza verità?
Diranno che menti due volte
se dici l’altra metà” (A.Machado)

 Ossessio

Bellissimi.

Lampi di luce bianca.

Segmenti di linee spezzate nere

trionfano

in questa notte

di frastuoni e di echi preistorici,

di risi

di poteri

di ricordi  usati, maschere, imbarazzi;

mai

in queste strade

sotto dei solitari lampioni

si potranno fendere questi saggi sogni di nebbia.

Solo

rincaso

quando nemmeno  più l’ultimo dei lavoratori

incontro,

quando

solo delle mani, delle guance

delle labbra

di fantasticate ninfee

potrebbero salvarmi da me stesso

e farmi continuare a scrivere

fino alla fine del buio,

fino al termine dell’incubo,

fino al vestito nuovo stirato del mattino. Fino a non svegliarmi più.

“Da’ al tuo verso

doppia luce,
per leggerlo

di fronte
e di sbieco”.

(A. Machado)

Dare a quelle guance, a quelle mani, a quelle labbra la custodia dei versi.

Quei versi che coccolano quei corpi fragili,

ma che l’autore

uccidono.

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Perché andavo male a scuola

  Depone il tempo la sua ala riscalda la storia, come un uovo così dischiude l’infanzia nei fasti, dove l’uomo ne esercita la sua solitudine -Illustrazione di Carlo Chiostri (“figurinaio fiorentino”) in:                   … Continua a leggere

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La doccia

La doccia

 

Se solo avessi il coraggio e la forza

di abbandonare tutto

lasciarmi e dal piacere

condurmi!

Quando mi sono svegliato,

esattamente 10 minuti fa,

non ho voluto pensare dove ero a Parigi, nel mondo,

o chi ero

che dovevo fare

che stavo facendo prima d’addormentarmi;

ero nel letto

mi ero appena svegliato da un sonno dove continuavo a ripetermi:

abbandona

fregatene

la materialità,

la materialità via

via

abbandona tutto.

 doccia-emozionale

Sveglio,

in un languore

in un mugugno

piacevole

basso e dolce

mi sono andato a fare una doccia;

ho messo Beethoven

e sono entrato nel box;

ho fatto pipì

neanche reggendolo, il potere divino l’ho lasciato ciondolare

così

come un braccio nelle pietà rinascimentali;

nel frattempo l’acqua calda,

la luce spenta,

doccia

per non perdere il tepore del sogno

la lasciavo scorrere

sul mio corpo

nudo

e in pace.

Senza sapere.

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Nel chiarore

 

Dove te ne vai?

dopo

artista di strada

vagabondo di giorni,

cavaliere senza promessa,

vedrai mai la fine di una strada?

petalo in disordine

nell’agonia dei fati

 

mi appassico… il chiaro-scuro delle lenzuola stese, quando all’insù contro il sole giocano davanti ai miei occhi, al vento e mi nascondono i tuoi, dietro gli scuri delle tue persiane verdi,

lo so quello che pensi

memento,

monito di sacra sindone

è un falso asso               !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!                                                    Non sei pregata da nessuno.

 

….avvolta in te stessa

mi chiudi quel pezzo di pane che ti chiedevo, che non ti costava, ma ti avrebbe dato piacere

e nell’ombra che ti sei lasciata alle spalle, sei rimasta sola.

Come ognuno di noi.

Senza tempo notte del Sud scendi, nelle scale ti accompagno io, terrò le tue mani nelle mie, così …  ubriaco di malinconia, tu piccola stella, del deserto degli amori scendi… ti guardo mentre ti danzano gli occhi tra le nuvole, depositali qui.

Dove io ho fame.

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Ne ad altri ne a nessuno

 

< Ladro!

Ladro! Ladro! Sei seduto sulla mia terra.

Fatti vedere in faccia.

Ho paura di te, ma sei tu il vigliacco; allora? voltati!

 

Ah, sei una donna, cosa fai qui ai piedi del mio lago?

Dove sei avvolta? E cos’è questo drappo?

 

Ma…..

piangi?!

 

No, questo no.

Dopo mia madre nessuna donna deve più piangere!

Non tutti hanno vuota la stanza.

Quel memore libro del sensibile

stilla umanità

riempie

e non tutti hanno vuoto il cuore;

ogni mattino

ci si può lasciare entrare un mondo nuovo.

Parla…su!

Oramai le tue guance

come ovatta graffiata

accolgono

le schegge della croce;

sono quelle lacrime

ad indebolire la terra. Smetti. >

 

< Sono nel dispiacere di una vergogna.

Ho rubato; si: il sogno ad un bambino,

lui mal celava la sua innocenza

ed io in bocca

con la lingua stimolavo la voglia

l’esibizione

con le labbra

bramavo il suo disimpegno

e alla fine

occhi negli occhi

lui è esploso

e del suo orgasmo mi sono bagnata,

ne ho violato

l’oro

e l’incenso.

 

E ora? Castigo! >

 

< Tu puoi finire come hai iniziato! >

 

< Tu allora sei il ladro! >

 

< Ma noo;

ho confessato con ironia quel che penso è d’istinto. >

 

< Questa,

in cui nuda

io m’avvolgo,

è una bandiera.

Per ch’io non mi senta perduta!

Per ch’io possa appartenere a qualcosa!

Libera! Tu allora non mi parlare d’istinto, ma di ragione. >

 

< Le bandiere

io l’ho viste, in mano ai bambini sulla punta delle baionette.

Come simbolo non lo vedo libero

ma d’oppressione tiranno,

e catarsi di sorta non vedo! >

 

< Ognuno appartiene

ne a se stesso, ne ad altri

ognuno appartiene

all’oggetto

di cui simbolo fa carico. >

 

< Alla tua colpa allora sei appartenuta

poi a questo vessillo,

di cui io condanno la possessione

ma ch’io assolvo nella mia terra il mio possesso.

 

Non puoi far carico un simbolo di te. Ha troppe visioni simultanee, sono troppi voltafaccia.

Arriverai a perdere la tua identità. A non saperla definire. E sarai schiava di esso.

Ogni volta simboleggiando d’essere

con minimi solfeggi accennati

…Virtuosi

che ravvisano d’ogni pianista la linea d’arpeggio

ma non distinguono la propria. >

 

< Cosa devo fare se non pentirmi? >

 

< Pentirsi non è uccidersi, ma cangiare di volontà in un’altra volontà.

È chieder sacrificio e non farsi dipendere da esso. È mostrare e pena e violenza.

Il pentimento è una crocifissione ma anche una rinascita; ti permette. >

 

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Mia aria,

 

                                    tua ira

 

Lasciami parlare con te.

Ne ho bisogno.

T’inseguo nella notte

tra i contorni sfocati delle luci.

Barcollanti figure di corpi.

 

Lasciati avvicinare

in quei sogni da cui mi scacci.

I tuoi occhi, sono così freddi

nella notte.

Cosa sono?

Dove

da ombra

potrò ritrovarmi?

 

Ti prego,

se ti appaio nero

e per far si che ne trovi il bianco.

 

Oddio

quanto ti amo;

 

Quasi da gioire del dolore…

tuo dono lasciato

solo a me

…da custodire

gelosamente.

 

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Mi hanno preso

 

Mi stanno facendo diventare ordine, valore e decenza.

Mi stanno cercando di rendere produttivo.

Sto diventando coca-cola, televisione e straordinari.

 

Vogliono che rido alle barzellette e osservo i minuti di silenzio.

Magari mi farebbero fare anche un murale a chi muore.

Ho l’opportunità di studiare. Di laurearmi e sentirmi chiamare prof…

 

Mi stanno dicendo di cantar l’inno perché l’Italia ha vinto i mondiali.

Mi stanno dicendo che non si possono amare tutti e dargli i bacetti.

Sto diventando brioche e cafè, macchina pulita e…“un quotidiano, grazie!”.

 

Sto distinguendo: la parte dal tutto, l’omosessualità dall’etero, la sinistra dalla destra

i banchieri dai barboni, il sesso dall’amore e il piacere dal dovere…

 

 

Vado all’università

seguo le lezioni

dico di si.

Vado al lavoro

svolgo le mie mansioni

dico di si.

Parlo con le ragazze

cerco di accondiscendere

dico si “certo, ma magari, può essere anche in questo altro modo…” Non funziona.

 

Sto morendo. Rivoglio me stesso.

 

Voglio una pittura violenta,

voglio esigere. Voglio battere sui tasti ubriaco e incazzato.

In una torre d’avorio, in un’acustica sociale

sto scomparendo, non sono io.

Eccomi: anima di plastica, marchiata, censurata

sedotta di sedativi.

 

Voglio ricominciare a mandare a fanculo la cultura del cazzo

che non ha fatto altro che rovinare, ingabbiare,

diventare razzisti, soffocare i nostri teneri sguardi

di cuccioli imbelli.

Voglio ricominciare a vagabondare

a star sveglio tutta la notte a far cazzate,

voglio ricominciare a non avere né un dove, né un come

voglio ricominciare a non avere né un dritto né un rovescio

voglio ricominciare a far vivere i miei sogni,

a lottare disperatamente

con le unghie,

strillando,

con i piedi

scalciando,

voglio ricominciare a ributtarmi per terra

in un angolo

e cominciare a piangere,

voglio ricominciare a crescere d’ideali.

 

Nascevo e morivo

ogni giorno.

Ogni volta era una rivoluzione. Ogni volta ero il mare.

Ora ho una routine

i giorni stanno sbiadendo

incollati tra loro come i francobolli in un pesante pacco postale.

Ho accondisceso. Ho ascoltato due o tre consigli “maturi”.

E ora mi ritrovo ad essere pensionato,

uno che sopravvive

uno che fa le cose perché sa che devono essere fatte.

 

Le fiabe di grotte scoscese, i paesaggi marini, le nuvole di seta

e i fiocchi d’avena, i sorrisi alle persone di quando chiedevo ma non pretendevo

i lunghi viaggi sul divano in soffitta

i libri divorati, le bottiglie scolate

gli amici che facevano del motorino

dimora, le strade sbagliate, le lotte, le imprecazioni

le fughe e i soldi mai in tasca

erano il caos del mio paradiso

erano l’arte per me

di come poi facevo all’amore.

 

 

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Materialschlacht

Materialschlacht

           U.S.A. [1]

What our name change means for you:

La tua banca è ancora la tua banca.

La tua filiale è ancora la tua filale.

Il tuo fidato impiegato di banca è ancora il tuo fidato impiegato di banca.

I tuoi soldi sono ancora i tuoi soldi.

I tuoi risparmi sono ancora i tuoi risparmi.

Il tuo acconto è ancora il tuo acconto.

Il tuo tasso conveniente d’ipoteca è ancora il tuo tasso conveniente d’ipoteca.

Your debt (obbligo) is still your debt.

La tua casa è ancora la tua casa.

La tua macchina è ancora la tua macchina.

I tuoi sogni

                                  your dreams

                                                                                        sono ancora i tuoi sogni

are still your dreams.

Le tue speranze sono ancora le tue speranze

                                                                                              …you have good hope of being accepted!

…speranza di essere accettato¿‼

Your flaws are still your flaws (errore  pecca)

                                                                                                 …maybe in your reasoning

forse nel tuo modo di ragionare.

Perché l’obbiettivo è quello di distruggere sistematicamente la vita umana

                                                                                                       con la massima efficienza…

          non vi diamo una consapevole infelicità

ma un’infelicità di benessere del possesso totale.

Your opinions are still your opinions

Your thoughts are still your thoughts

 

Glauco                                                –  Crusea calkeiwn  –                                          Diomede


[1]              Stultorum incurata pudor malus ulcera celat.

 

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Lo sai

                                                                                                                             Lo sai

 

Come dalla nebbia

 

senza rendersene conto si desidera fuggire

 

urla vagiti sono misteri

l’anima s’allaga d’urli serafici…           I propri chiodi

e la propria lanterna                                                                    .… Il destino

 

gioco di biglia del tempo, un onore laico

si rincorre

senza confabulare

o plagiare

tabelle d’onore o martiri teatranti.

 

 

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E assaggio il tuo seno …oh, Andromeda

 

Mi sembra di vederti ancora
quando tu non c’eri
le verdi praterie dove tu non sedevi, sorridevi
soltanto, sveglia prima dell’alba in modo che ci potemmo vedere
nudi, in tremito, sul letto
ad aspettare l’aurora.

Colazione e giornale;
perché tu poi non venisti?
Non serbasti per me in vita la tua tu
sognato che ho io ancora?
Di nuovo non farmi piangere, tutte quelle donne hanno aridità già i solchi che come un signore su cui piantai i miei occhi,
le mie lacrime, seminato
che più non sapresti mai.

Farina di mais, mescola dura la grana in una caravella,
no, non ti vedrò salpare ancora; questa volta i miei sogni
quando io sarò per te.

Piadina di grano duro, patate, prezzemolo solo un po’ di vino rosso!
Che impudico sarebbe vederti come io ti immagino.

Le mani sporche della terra,
così lontane dai tuoi libri;
quanto è grande la mia rabbia
su queste crisalidi di lacrime di crini il nerbo delle foglie viola degli olivi
argenteo latte
come son distante bianco latte mi ricordo solo il tuo contrasto con le mie.

Pane azimut rappreso bagnato insalata di campo
e le ancora quasi vergini cinque dita afferra quello che Gesù
tramite la manfrina della cattolica-apostolica Santa madre Chiesa ci vuol negare.

È da qui iniziò il mondo: e ora lasciami andare
un amico mi ha portato una chiara vodka polacca
bison grass Żubrówka

…e assaggio il tuo seno oh Andromeda
sono qui ancora al sole….

..piccoli gesti che descrivono una vita…

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Passaggio

 

Passaggio

 

Pensavo in cornice

la poesia di un paesaggio

da dentro le cosce delle città che guardo

la più buffona delle vastasate romane

“questo mondo colpevole che solo compra e disprezza il più colpevole son io, inaridito dall’amarezza”

pagine corsare che hanno trovato un fondo nell’oggi di ieri,

e in me la pupilla marcia di un impero in sangue.

Puttane

serafiche, stagioni di strade.

Vomito torceva

come denso si rattrappiva

divelto

dietro la cerniera

tra il pentirsi e l’aspettare, l’anima, la madre, l’uccello

Abbasso il finestrino stasera .

Il costo eterno di una gerbera, non più “del popolo” da maggio a settembre

ma oramai con un capitale sporco e un sepolcro aperto

< 30!>

sanno difendersi. Riconoscono l’allocco e gli impongono le regole.

Le prostitute sono espedienti muti a proprie fissazioni

In un viottolo attiguo, dietro scampati materassi,

sopra scopa

come cani           divani negrieri          svelti serpenti entrano escono, entrano escono, entrano escono, escono,                                              secreto

lasciare la coscienza, lavare la puttana nel tuo codice fiscale

è la città, è il sistema, è tutto, è Roma, è il sangue che si incrocia

iena

casermasperma vestimento di una regina

presaga

al pensiero, alla vista arriva lo stimolo, il bisogno

l’eccitazione

una piovra unta s’aggrappa strofina si stende

cedi. L’uomo sa e perde, allora ritorna ritenta. …nell’Aniene attende…

scopando crede ciò che gli fa male

sconfiggere

 

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I primi sonni da soli


Καλημέρα

dimenticando si vuole ballare, come la scusa per quelle sere al bar,
non sapere quale strada, quale fede seguire,
violando l’aurora, arrestando il corpo nelle vacanze estive,
si vuole obliare;
rassettando una cella, aprendo una serra, accendendo la tele
seguendo uno sport;
arrendersi alle tradizioni

παραίτηση

come tornare da dove e’ sconosciuto andare,
come un malato che non vuole uscire; perche’ esiste questo fuggire?  φυγή
A chi si deve mentire?

Come santi laici apprendemmo dai bimbi che giocano in strada,
a lasciare, come la luce dei primi sonni da soli, cosa significa
per se
l’esser felici             ευτυχία

Tutto e’ allontanarsi da dove siamo felici
perche’ questa e’ una colpa;

allora vortica l’ombrello al sole,
ci lascia il nostro primo amore,
guardiamo film porno,
creiamo scene drammatiche,
danziamo sotto la pioggia,
amiamo al chiaro di luna
il nostro silenzio                      σιωπή
per cercare il significato della Terra
lontana e schiumosa dentro le nostre emozioni

i primi sonni da soli

μοναξιά.

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La puttana di questo mondo

 

Piccolo bambino

basta

stringi il pugno sull’asfalto

batti il terrore

e corri.

 

Corri

il sangue

la miseria

lo scopo è menzogna

decomponi la fragilità

fai che si sciolga nell’aria il vento

e il fango

nel cielo bevine il potere…così

contro

perché sei solo

perché non cerchi quando trovi

perché devi fuggire,

perché la memoria

in quel filtro magico

è tua nemica

e anche il saggio

che tu giurasti

con i gomiti alla finestra

 

non esiste più

 

non ti può più aiutare

 

non ti ha mai potuto aiutare

 

perché non esiste

e tu

 

sei solo.                                   Corri. Fuggi

 

piccolo bambino

del quale io conosco l’utopia silente delle lacrime

 

 

angelo.

 

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La nouvelle impression de S. Michael

“Ahimè, ch’io squadri il mio parlare come un folle!”

-Shakespeare-

Si abbandona la donna, la fiaba, la vergine

l’uomo la tocca, la suona, la crea

lei risponderà, è già pronta…pazientemente aspetta

^  (((((        ..entrerai in vita nelle tenebre, e uscirai

decesso

per la luce.         )))))  ^

 

La vita________

così al buio aspettando la marea immaginai.

Dove sei? Il sole non lo vedremo più insieme?

 

…ne immergi l’impressione nel secondo appena stato

 

mi sono lasciato sedurre

la morte è lontana

ma è in gara

sui piedi di sabbia

perforando il senso di coscienza

ogni orma si confessa come il destino di una speranza.

 

Ogni pena

qui

a S. Michael

si fa

tributo

di una colpa.                    Ma riscatta

quello che firmai come perduto:              …me stesso

 

Disegno sulla sabbia un cerchio

all’interno traccio quattro angoli

di cui unite sono le semirette,

l’essere

sederà all’interno

dietro la sua ombra,

 

la vorrei conoscere                                                   …avrei la perfezione.

 

Questo crede

chi ha deposto l’ennesimo “ohimé ”

alla lettera del diavolo, dove l’uomo è il progetto della storia o non è nulla.

 

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La nostalgia

 

Quello che manca

pone in un principio di vertigine stabile

il sapere e il non saper attendere,

alcuni pensieri

’ . ’ .  ’ .  ’  .  ’   ’   .   ’  ‘  ‘ . . ‘  vento…    tra i salici i rami come la coda di una sirena …

rincorrono e danno tepore, ma è una colpa

la nostalgia

dalla quale non si fugge

 

ogni viaggiatore così

lasciata dietro di sé un’avventura

pulita e sporca e rarefatta

con le spalle dentro l’alba

s’incammina verso ovest

…dimenticando

 

Al seguito le lune come totem intagliati

nei pensieri diventano fenici

ogni trama intelaiata è resa storia

ha delle maioliche di nostalgia

che gli angeli e le bestie catturano

per darsi speranza o suicidio.

Oblio o parvenza d’avvenire.

 

In un gioco scomposto

la cattura dei giorni

è un modo di rispondere al perché presto tutto finisce,

 

al dire che è tutto un’illusione

dell’illusione -viene risposta- ci si nutre.

 

I fiumi d’inchiostro così

grami nella terra motosa dopo la pioggia

possono descrivere la nostalgia:

come tragedia

come vaso di un avvenire incerto

ma di un equilibrio stabile.

 

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Il perdono…un sospiro nella solitudine delle fiamme

 

Non più Pollione ti vide come l’adorata vergine!

 

Ora i fianchi, si, sono più rotondi

e il seno

dal quale speme è per i figli e virtù

non è certo

più solo

turgido pomo per le sue labbra.

Il rosso suo ingrossato

poi esploso

non sempre

potrà buttare il seme.

Perchè madre sei tu…ma il tuo corpo comunque gli avresti concesso

e allora

PERCHÉ?

 

Perché il sesso

non volle più

bagnato per lui

e lui soltanto…come più volte

col tremore del vento cheto

gli giurasti?

 

Perché?…

io non capisco.

 

Eri bella

con i cappelli neri

sciolti, raccolti in coroncine di verbena.

Ti spogliavi e il tuo corpo ancora d’argento sapeva.

 

Della luna eri il mistero

pascia

il segreto

era nel tuo sangue raccolto.

 

Ma nel delubro

che della quercia

tu sola sapevi,

Ella
sola, furtiva
che di ogni dì
più fervida ardeva la fiamma
con Pollione concupì isterie e vagiti d’amore
 impazzire non sapesti,
fremevi
mentre Adalgisa tremava e Pollione
raccoglieva dai suoi sospiri gli accordi per uno scongiuro
perché a quella le lacrime,
come perle dall'ostrica, dischiuse…e a te il cuore spezzo.

Dolce
perché ti comprendo
all’amore
all’onor tuo
di zolfo vilipeso
e d’odore d’esso cagliato
avresti sacrificato i tuoi figli,
di quella sacrilega innocenza rei,

                                                     …ma nel grido
come alla zana
li richiamasti in abbraccio
e non fu la culla il loro sepolcro.

                                      Li salvasti.
                                                  Per morire bruciata
                                                                       tuo amore
                                                               pentito

                                                                                  …e perdonato.


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Foglio pesa

IL HHJ  YYYYYYYYYY IL FOGLIO PESA

DI MARMO LUCIDO

D’IMPORTANZA

IL PENSIEROOOOOOOOO SI FA FORTE DEI RICORDI.     Ora so quello che vedesti sul soffitto

sbarrasti gli occhi

evitasti i miei

e ti stringesti

a strappartelo

–  –  – ——— ad impallidire ——–

                                                                                                                                                       

                                                                                             tu lo vedesti finire il nostro amore.

 

Ora cosacazzovuoiputtana

 

 

Raccogliersi davanti ai giri di un buon vino

la sera sul divano

fare gli eroi

con un cognac e un sigaro

————-        —-  -,…………………pelle                   palle

e  cuoio

 

 

il tempo scorre

                                    l’ esperienze giocano

e interpretano i segni affidati dal vento

                                                   come nuove colombe

lasciano speranze sotto il cuscino

nella loro prima notte di madri.

 

È così: ci si deve lasciar andare

 

saltare in sella

piedi nelle staffe e perdersi…………………………………………………………………………………………………………….

…………………………………………………………………………………….

…………………………………………….                              ………………………………………………………………………

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L’ombra

 

Ombre…  di noi stessi.

 

Il male è l’egoismo

Il male è l’incoscienza

Il male è il non ascoltare la coscienza.

 

I

io non son

 

io non sono.           dune morte nella terra dove io non sto…

 

 

 

Mari, cieli, niente,

macerie succubi di tensioni

di fantasie

succube di trionfo

il respiro non trovo

il respiro non voglio,

ma morire, il respiro

non colgo

che

solitudine colata

inspirata

evocata

 

libe                                            liberata.

 

La tua voce

la tua carne

viva,

perché sei

viva.

Io no.

Io no.

Io no. Io no.

Qual è la tua lacrima e quale il mio sangue?

Violato mi violo

in una stasi

in un vuoto,

credimi cado

credimi sto cadendo

credimi

muoio.

 

Aiuto, perla annerita

linfa d’ombra, Non voglio, non voglio più;                non sono.

 

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…è quello che non capisco

 

scrutai nelle testimonianze dei miei trascorsi e delle mie tragedie

 

comiche

 

slabbrato nella miseria

perduto nell’inesistenza

invoco mani che voglio che mi liberino

trovo

taccio

sputo

mi lascio           poi

mi riprendo              e mi ritrovo solo

a starnazzare

ad invocare

a impazzire

 

lasciatemi stare

lasciatemi solo

io non conto

io non sono

io muoio

 

perché

perché              perché

perché

perché

perché

perché                              perché

perché

 

il coraggio di vivere

 

…ancora

no

…non posso

 

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È alla fine

 

SaSa Ssa prova

prova:            —- —- ——-_____ -__——___–___-_-_nooooooooooo nn è uno spettacolo

 

è questo forse che fa la mia mente.         tutt’uno spettacolo.

 

È come se a 18 anni vedevo, il reale, in bianco e nero…cioè in due facce nette a campitura compatta…due colori differenti.

Ora

vedo       una rete di scomposizioni nette a fili delineati… con campitura sfocata.

 

E forse anche se il cuore ora è più chiuso e più pauroso d’un tempo, ha un’altra impronta di fuoco…….esplica in maniera totale distruttiva caotica immatura imprudente tutta l’acqua del fiume che trattengo nel cuore… e di cui quindi è più vero

 

del tempo in cui sarei dovuto essere più sincero.

Non ero io. E come se avessi voluto che tu t’innamorassi di me. A qualunque costo, no, forse. Ma ardentemente…  si. E per questo scopo avessi utilizzato tutti schemi per farti vittima d’amore…  e di possesso         …ma non ero io. Era un io che ti voleva e creava —-__escamotage____———- per conquistarti…ma non ero io… è per questo che tu non hai voluto stasera bagnare le tue labbra sulle mie.

….provato ogni giorno di più

me ne vado per quella strada

che non so, ma mi hanno confermato che c’è

Scherzando, non riuscendo a provare più quelle sensazioni….    quelle vere . mi ritiro e mi spavento restando in un limbo volgare

a braccia conserte

ascoltando il mare.

 

 

In sospeso di me stesso.

 

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Come da bambino d’autunno giocavo

 

In questa stasi.

Nelle acque tiepide.

Senza musica

gelo di tristezza e solitudine

ramingo

 

nelle strade di questa o quella città

cerco e rinnego uomini

mentre sono

disperatamente invaso da un incandescente amore.

 

Lacrimano i respiri

e sempre vorrei vivere sereno

ma poi non so dove andare

cosa accettare

la verità da vedere

le dita di donna a cui confidare

gioie e paure

violenza e follia

sogno e destino.

 

Quale mostro si nasconde

cui gli altri ingiuriano tanto

dietro quel Bimbo                                           proprio non so.

 

Non so e taccio di debolezza.

 

Stanco, do carezze e baci

a chi non riesce a smettere di piangere e non capire.

Sfidando il tempo ascolto

 

gli ultimi aliti di questa scrittura

che non più forte e dogliosa come prima

mi rilascia di nuovo solo

 

in questo mondo

in questo ossesso,

 

sotto un letto di foglie

d’autunno

cadute.

 

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Baccante di marmo scolpita

 

Sai;

io ancora ti ricordo, patetico

me ne rendo conto

posso provare a capirti

ma io

si

…ancora ti ricordo

 

e sono così pieno di te

delle tue parole.

Brevi frasi.

Lumini donati per trovarti.

Forse si

non ci sono riuscito

ma io t’amavo

e cercavo di conoscerti

e ora

dopo il presente

ancora ti ricordo

ancora mi riempio

ancora piange

qualcosa

che tu hai offeso

non ha il coraggio di pensare alle tue labbra

posate chissà dove

nel sussurro di un altro amore.

 

Ti stimo. Ti ringrazio. Per sempre.

 

 

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Mai sola

                                                                                                                                                            Ad Arianna

 

Rimani avvinghiata

perduta

a quel sogno

ideale,

ricordo lacerato e svanito

come ad una chimera

certo

la povera gente

…in quella notte santa.

 

Arianna hai il cuore trafitto da spine?

Ma Arianna! Tu sei figlia d’un onda

il tuo fiore

non è fiore di peccato

è fiore di prodigio

te lo dico col cuore

non ho interessi…non sacrificherò me stesso.

No

non so

non conosco il vuoto delle tue paure

dimmi di cosa si fa carico il gentile

tuo viso maledetto

qual è la colpa il tributo

no

non abbandonare nemmeno la solitudine

non volgere i tuoi remi docili

nell’acqua del oneroso silenzio

 

Arianna

baccante di marmo

in una notte di Dicembre

tra l’estasi del sogno e l’eccitarsi

mio

del desiderio

di menzogna e sortilegio

tra i profumi rossi del tuo letto di vergine

con una vocazione improvvisa negli occhi

                                                                                ti voglio .

Da te non riesco

 

per te diverrò

serpente di sole

cavaliere mai nato

umidi sali bagnati

dalle tue labbra

scoscesi.

 

 

Arianna          figlia d’Arianna

il tuo corpo

disteso           divelta dalle tue radici

cadrai riversa

sul letto

supina              innamorata

di qualche ombra

ti dichiarerai

fatata…

ed io già so quanto sarà il mio pianto:

 

i biondi capelli scomposti, senza nastri

                         il petto scoperto senza che lo veli una veste

senza un laccio che leghi il tuo seno di latte.

io che sono

amore

virgulto

di giovanile

vago

flessibile ardore

 

 

No Arianna non credere

anche gli angeli tradiscono

e i miti non sono sempre fandonie

annidati in essi crescono

puri

corpuscoli di vero…

il mio amore, si questo

per ora

solo questo è sincero.

 

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Panem et Circenses n3

-Questo art. é uscito in tre pezzi. La prima parte la trovi cliccando qui

1.2 Il corpo del prodotto.

La bellezza è un esempio d’imposizione di gusto ai fini della massima vendibilitá di un prodotto. L’oggettivita per la massa è data dalla sua canonicità esteriore. Dato che come società del consumo e dello spettacolo il prodotto reale è il corpo, non l’anima, il valore o l’utilità che fanno vendibile un prodotto, è bene nella logica del capitalismo sponsorizzare al massimo la sua attrattivitá esteriore.

Se la bellezza fosse soggettiva, vorrebbe dire che la bellezza di una cosa starebbe nella sua capacità di esercitare in chi la guarda, un’emozione. La società della merce e della realtà ridotta a continuo spettacolo, essendo una riproduzione, non può farlo, se non basandosi solamente con la ripetizione di codici che l’occhio vede e trasmette ai nostri impulsi nervosi che riconoscono quella canonicità, perché ripetuta. Questi codici sono quindi massificati per vendere quella realtà, oggetto o notizia o informazione che sia. Una volta ridotta e dequalificata a merce questa realtà viene adattata ai medesimi canoni assimilati dalla massa ed evinti da essa (scoperto cosa la massa vuole) ed infine riproposti nella  adattata forma, secondo il determinato target che quel prodotto rientra. Qui è la critica che dopo vent’anni di prepotente invasione delle tv private e non più soggette a censura, approccio morale-educativo, dello stato, è venuta fuori. L’esempio adatto può essere l’uso strumentale che viene fatto della donna e del corpo delle donne ridotto e dequalificate a merce di scambio; non sono più interessanti e mostrate (ricordiamo che in quest’epoca apparire vuol dire esistere) come persone, donne ma come oggetto d’attrazione, rispondenti a determinati cliché che le vede “apprezzabili”, di valore solo in base al loro potenziale erotico; così facendo si vede depotenziato il valore della donna in sé come persona e dato risalto solo come corpo, vale a dire materia di consumo che ha più facile mercato. Ciò ha diversi risvolti che non è la sede questa di parlarne, basti sapere che produce delle conseguenze nell’intera società, non solo nelle donne ma anche negli uomini visti per lo più come oggetti adatti solo al sesso o organismi attratti solo da esso. Lascio immaginare che alta considerazione ne può venire fuori, nella rispondenza dell’uno nel giudizio dell’altro. Anche qui l’essere di una realtà è diviso in pezzi e non riprodotto nella sua interezza. 

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I media purtroppo nel tempo della volatilità e quindi della deperibilità di un prodotto sono costretti a comprimere, non fornendo una spiegazione, semplificano. Decontestualizzano. Semplificando escludono. Mostrare vuol dire giudicare e farlo di un’azione o una realtà significa porla come  giusta o sbagliata ed è riduttivo. Obbliga lo spettatore nella condizione di porsi come in una gara in cui si deve affrettare a prendere posizione, a schierarsi. Il corpo stesso del prodotto è confezionato in misura di scelta: sono d’accordo oppure no, ne ho bisogno o no?

La livellazione che questa sovrapproduzione d’immagini e di prodotti costruisce, estranea l’uomo e lo spettatore che del consumismo è tale, in una posizione di contrasto con l’altro e di prigione. La materia, la notizia, il prodotto ci pone gli uni contro gli altri. Al fine di dividerci. E non permette una “terza via”. La velocità e la temporalità dell’essenza del corpo del prodotto non ci fornisce il tempo che la riflessione richiederebbe: quello dell’estraneità della critica, se possibile dell’astrazione di un prodotto, oggetto o spettacolo che sia, al fine di renderlo estemporaneo ed inquadrarlo concettualmente oltre la sua contengibilitá del momento. La riflessione appunto porterebbe a conclusioni non di scelta ma di critica. Vale a dire ci porrebbe nella condizione di capire perché una determinata cosa è accaduta e come mai. La prima reazione non sarebbe quella di giudicare, di scegliere. Altri tipi di domande nascerebbero: cos’è ciò che sto guardando? Da dove nasce la dicotomia propostami? A queste domande dovremmo trovare delle risposte. La morale c’entra poco, qui. Mi sembra possa rientraci più un discorso s’un metodo educativo che manca. Con educativo cosa voglio dire? In una società questa dove c’è una forte pressione e peso da parte dei media i quali hanno la responsabilità di parte dell’opinione pubblica formante, essendosi  venuta a sostituire, nella rapida crisi di massa che ha toccato la scuola, la famiglia e la religione. Porgersi quell’obbiettivo che sta dietro la logica della frase dell’Ulisse di Dante, nel ventisettesimo canto: “fatti non foste per viver come bruti ma di virtute e conoscenza” invece che seguire la logica del produrre secondo logiche di mercato.

Allora si, dovrebbe essere tranquillamente assimilato che in una società democratica in cui ognuno ha una propria opinione, tutti sono nella ragione, nella loro ragione e la realtà come spettacolo ci pone davanti invece alla scelta “brutto” o “bello”, “positivo” o “negativo”, “bene o male”. Se la realtà è presentata come insieme di dinamiche quella realtà ci pone in obbligo di capire, di risolverla e di conviverci. Vale a dire che l’obbiettivo sarebbe l’insegnamento della convivenza e non della scelta.

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Panem et circenses n.2

 

1.1 I modelli

 

Dopo più di ‘50 anni in cui c siamo nutriti di spettacoli di ogni genere riprodotti dai media, questi hanno preso il posto degli oratori, delle famiglie, della scuola, degli amici. I più grandi medium di massa raccomandano cosa pensare e come pensarlo, quali opinioni avere, decidono dei tuoi gusti, sanno cosa compri e cosa ti serve, decidono i cannoni e i parametri con cui andrai a misurare e giudicare la realtà. Forniscono il significato di bellezza.

Check It Out!

Tutte le dinamiche della società sono veicolate tramite lo spettacolo dei media. Vale a dire che i media estrapolano, registrano e distorcono (avvincendo, comprimendo, abbellendo la realtà). Forniscono l’opinione dell’informazione, decidendo già quale informazione fornire, quale notizia, decidendo e sancendo ciò che esiste e ciò che non esiste (se ascoltiamo la gran parte della popolazione con una cultura medio bassa, per suffragare e ufficializzare le proprie idee, li sentiremo esclamare: “lo ha detto la televisione”.

Dal luogo della piazza, la quale oggi, anche, è governata dai media, si è passati al media per apprendere le notizie, avere un’idea, formarsi un’opinione, decidere cosa fare nel tempo libero dei media.

Questa realtà già decurtata, queste “notizie” già selezionate ne viene data una divulgazione e una narratologia in base alla linea editoriale che segue il media in questione, questa linea editoriale è l’opinione riflessa degli interessi del proprietario, chi finanza;  una piccola e ristretta cerchia di persone riflette massificando ed espandendo una circoscritta realtà, la quale per varie cause viene assunta dai media e resa utile, celebre, unica e vera. La notizia è una merce, viene scambiata, venduta, strumentalizzata e usata ai fini estrinsechi del mero suo uso, oltre la sua propria ontologia. La notizia allora va oltre la funzione d’informare. Diventa appunto merce, feticcio magico sul quale basare la nostra forza; chi ha in mano la notizia, l’informazione ha il potere, vince a questo gioco al ribasso della rivalsa sociale, dell’uno contro l’altro; la quintessenza del capitalismo; è palesemente visibile che in un gruppo i ruoli, le esperienze e gli oneri sono diverse e distribuite tra tutti i componenti; chi rimane indietro è aiutato per la solidarietà formatasi nel l’identità come gruppo e non come singolo; basti vedere come tutte le aziende cerchino persone con che sappiano lavorare in team e non da sole, la vera difficoltà oggi è proprio questa; s’è perso l’altro come individuo perché non lo riconosciamo più, siamo talmente abituati a vivere singolarmente che guardiamo l’altro come uno spettacolo riprodotto da giudicare. I media propongono e consigliano, suggeriscono i libri da leggere, la musica da ascoltare, i film da andare a vedere. Ma questo dei media è un rapporto di superiore a inferiore, parlare attraverso il media è un parlare sempre ex-cathedra, le parole calano dall’alto e il fruitore del media non può commentarle, rispondere e per la velocità espressa in se dal mezzo mette il fruitore nella condizione di non poter riflettere, quindi bilanciare o ricercare opinioni differenti, contrarie. Da quelle date dal mercato, dalla vendibilità di quel prodotto. Tutti i bisogni sono ottemperati effimeramente e caducamente dallo spettacolo della merce. Dell’altro non abbiamo più bisogno nell’ipnosi.

Il sapere non sfugge alla regola. Viene nel tempo settorializzato e reso merce. Valorizzandone di più la quantità che la qualità. L’informazione è comprata prodotta e scambiata non la cultura, il concetto, il discorso. Troppo lungo, noioso, elaborato, verbale da poter rientrare nei format dell’immediatezza, della rapidità dell’esecuzione e del tempo in cui agisce il media; dove tutto è in un momento già inattuale, già passato. L’immediatezza, è anche qui proprietà di consumabilità, veloce e istantanea, altrimenti il prodotto si deteriora, perde il valore che gli fornisce la moda e il tempo, ha fatto cadere il sapere in un involucro senza corpo. La cultura ha diritto di esistere solamente in base ha quanta attinenza ha in quel preciso momento, vale a dire se è riproducibile, se ha mercato.

Il concetto stesso di Arte. Si è venuto perdendo. Arte viene dal sanscrito e significa “muovere”, “smuovere”, “muovere verso” ma anche traslatamente “suscitare”. Nell’era in cui l’Arte, o meglio la riproduzione artistica in cui l’arte ora, si rappresenta e viene rappresentata, è resa merce, spettacolo fruibile, consumabile, acquistabile: non smuove più alla ricerca della bellezza, perché non la sappiamo riconoscere e in tendio si trasforma la nostra vita quando non consuma; senza gusto, creatività e sentimento l’arte é morta. 

I media sono il nostro grande ordinatore. Una sorta di sciamano, al quale tutti devolvono qualcosa, in primis la propria libertà. Si potrebbe dire che non abbiamo più fantasia. Tutto è già previsto.

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Per ritornare al nostro tema quindi i media sono stati incaricati, gli è stato affidato il compito di riprodurre massicciamente, esponenzialmente e capillarmente la produzione illimitata della quale si nutre il nostro capitalismo, la nostra società. Sia di idee (controllate) sia di news (gestite)  sia di prodotti, oggetti (deperibili e quindi consumabili). Sia di spettacoli: organizzati come siamo anche sull’intrattenimento, siamo privati oramai di una propria capacità di pensarli e crearli our self. 

Proprio la competizione e l’individualismo creato dal capitalismo sono essenziali al suo approvvigionamento, sostentamento e infine solo ad esso è dovuta la sua esistenza. Esso si nutre della nostra solitudine, della nostra noia, della nostra inadattabilità a vivere autarchicamente. Ci induce e comanda che abbiamo bisogno della catena sociale del capitale, in cui ciascun uomo individualmente produce un certo prodotto ma del quale prodotto è estraniato e non può partecipare collettivamente ma deve produrre singolarmente e in maniera autonoma. Pezzo per pezzo. Professione per professione. Ognuno così è specializzato e avrà sempre bisogno della collettività individualizzata ed estraniata della quale non potrà fare a meno. L’uomo così ha sempre bisogno dell’altro uomo ma solamente in misura della sua capacità di produrre, scambievole, consumabile e conquistabile tramite il metro di misura di tutto ciò che ha valore oppure non lo ha, il denaro. L’uomo non è più visto quindi per i valori che ha, per la sua umanità, per chi è ma per il suo valore di mercato; l’utilità che in una società esprime.

Odissea Negra

I modelli creati dai media, quindi, esistono come vetrina per il prodotto sul quale orientare lo spettatore-consumatore. I modelli sono ricavabili dall’immaginazione e dai sogni che hanno i singoli o le famiglie.

Nutrono quel sentimento inespresso di fuga dalla realtà, di senso di giustizia da portare a compimento, di voglia di vivere un sentimento romantico con una persona dell’altro sesso o dello stesso; fanno pervenire il consumatore-lavoratore-spettatore a vivere l’avventura in cui riconoscersi, rispecchiare i propri istinti, fondare la propria identità. Ecco il secondo punto dell’operato dei media nella società post-capitalista, quella dello spettacolo: la ricerca d’identità da esercitare in gruppo non è più ricercata dall’adolescente nel confronto con il padre o con la madre, nelle varie vicissitudini o “avventure” con i quali da bambino viveva e affrontava ma è assunta tramite la capacità catartica che ha il medium di estrapolare dalle nostre individualità ciò a cui per vissuto, peculiarità fisiche o di carattere o ambiente, vorremo rassomigliare di più. Quindi si crea, in una spirale distorta, un creare identità non costruite ma riflesse, esercitate sul nostro occhio, unica porta sensibile d’accesso al nostro inconscio che su questo, la nostra mente, costruisce la sua identità. Quindi non tramite la vita ma sempre anche qui attraverso la riproduzione di questa vita.

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La riproduzione è fallace perché è verosimile, estraniante. I media come ho detto estrapolano, per loro necessità tecnica, non l’intero ma la parte, lacerando un modello costruito come vero dal suocontesto originario che solitamente ha la durata temporale di una vita. I modelli sono istantanei, vincitori o perdenti, comunque in grado di rispecchiare un sentimento che deve essere sfogato. Noi abbiamo l’urgenza di essere spiegati e descritti. Se le nostreistanze, dei nostri istinti vengono riprodotti e sono visibili, lì abbiamo la rassicurazione che esistiamo. Nello spettacolo riprodotto di una certa parte delle nostre pulsioni, espletiamo quella carica emotiva e creatrice da ridursi notevolmente quel bisogno di  esigenze istintive da manifestare.

In un mondo in cui i media hanno reso esistente, quindi veritiero e con diritto e qualifica ad esistere, solamente tutto ciò che è visibile e riprodotto all’infinito (o finito entro il tempo della sua necessità d’attualità) ciò che è attuale è rivendibile: in questo mondo tutto ciò che non lo è, non esiste, fa paura.

Bisogna essere visibili e rappresentati altrimenti non si è riconosciuti e la nostra esistenza può scivolare tra il paradosso dell’inesistenza, marchiata come materia fantastica oppure può incutere timore o ironie.

Paradossalmente quindi ciò che non esiste, vale a dire ciò che è solamente una parziale riproduzione ha riconosciuta la propria esistenza più che una realtà non riprodotta o non riproducibile.  

….continua  qui.

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Panem et circenses n.1

Introduzione.

Non seguo nessun filone anche se inevitabilmente nel mio pensiero vi saranno facilmente riscontrabili teorie socio-filosofiche delle quali letture sarò stato influenzato. Quello che intendo avvisare è che tutto cmq frutto del mio osservare la realtà, in cui vivo e che mi circonda.

Sottolineo: sono miei personali ragionamenti, non hanno pertanto nessuna pretesa di carattere scientifico e sicuramente nell’esposizione vi si potrà riscontrare della grossolanità. A molti appariranno come ovvietà o banalità. Il dubbio nasce da un mai nato riscontro su questi ragionamenti quindi non so quanto siano scontate le mie tesi.

Avrò il piacere comunque di accettare consigli di carattere bibliografico, o ancora, se riscontrate citazioni di correnti o autori di cui, pur non volendo ho ripetuto il loro pensiero, prego di segnalarmelo. Sarà per me molto utile.

Premetto che tutto il discorso che da qui in poi si svolgerà è cucito sulla massa, non su singole élite intellettuali, quindi è generalizzato e volutamente generalizzante.

 

1.1 Tesi.

Vi è l’esigenza di alienare il lavoratore: più rimane passivo meno vive quindi meno pensa; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua esistenza e ciò che realmente vuole. Lo spettacolo corrisponde a una fabbricazione concreta dell’alienazione. L’uomo separato infine dal suo prodotto, attraverso un’ingannevole parcellizzazione delle specializzazioni, delle classi e del lavoro, produce sempre più potentemente tutti i dettagli del suo mondo. Quanto più la sua vita è ora il suo prodotto, tanto più è separato dalla sua vita. L’isolamento fonda la tecnica e il processo tecnico isola di rimando. Dall’automobile alla televisione, tutti i beni selezionati dal sistema spettacolare sono anche le sue armi per il consolidamento costante delle condizioni d’isolamento delle “folle solitarie”.

-Guy Debord-

Prima di sciorinare tutto il pensiero, vorrei elencare il beneficio che i media hanno apportato, riconducendoli a due filoni, i quali, purtroppo, hanno avuto rispettivamente dei riscontri negativi:

la prima che mi viene in mente è che l’informazione è in grado di arrivare a tutti, di fatti e nozioni sconosciute, l’altra è una sorta di livellamento (anche linguistico) nella popolazione nazionale nei temi di conversazione, in modo forse di raggiungere un certo comune interesse di scambio nei rapporti interpersonali e quando d’orgoglio con i connazionali o all’estero, in via di una certa unità nazionale culturale-popolare. Voglio arrivare a dire che i media e lo spettacolo in generale, l’essenza della società contemporanea, che di questi, come di altri mezzi, se ne serve, ha creato il sentimento e l’identità italiana.

La tesi che esemplificherò l’ho riassunta, nel titolo, con una citazione tratta da Giovenale, Giovenale si chiedeva: cosa vuole il popolo? Lavoro e divertimenti. Bene. Da questo punto proverò ad andare avanti, con una visione critica, esemplificando come, secondo me, i media, hanno contribuito e determinato la terza rivoluzione industriale quella c.d dei grandi media di massa, e la sua conseguente trasformazione del capitalismo: da capitalismo industriale a quello di un capitalismo “dello spettacolo”.

Nella odierna società dei consumi il prodotto, qualsiasi prodotto o materia prodotta, è spettacolo e lo spettacolo è utilizzato, come medium, come contenitore e come sostanza, dall’odierno capitalismo per vendere i suoi prodotti, per sostentarsi e autoriprodursi.

Vi è cioè la trasformazione del prodotto-materia: da prodotto utile a prodotto feticcio, avente il solo scopo di essere consumato (che è diverso dall’utilizzarlo) dopo averlo ricercato, sacralizzato e opposto a qualcos’altro viene, nel minore tempo possibile, con la conseguente trasformazione del nostro rapporto con esso, da liturgico, soprannaturale, inviolabile e venerato vissuto come oggetto violabile, disprezzato, maledetto, dimenticato.

Ma andrò con ordine.

La nostra società è retta dal plus-valore del nostro lavoro. Vale a dire che se i lavoratori ottenessero il salario pari al valore della produzione ottenuta dal loro tempo-lavoro, la società andrebbe in crisi economica. Non ci sarebbe quella sovra-produzione, permessa dai bassi salari, che avvia poi gli stessi lavoratori, condizionati e obbligati, a comprare e consumare quello che essi stessi producono, con un costo minore pari alla qualità e alla deperibilità del prodotto e alla loro incoscienza “di valore”.

Naturalmente per mantenere un modello economico e quindi di vita che si regge su questo, bisogna spingere sempre più a creare nuova produzione, nuovi consumi e quindi nuovi bisogni.

Lo spettacolo s’inserisce proprio in questo punto. Crea il bisogno. Attraverso un complesso meccanismo sociale da cui ci siamo fatti sorprendere, senza nemmeno accorgersene.

Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, per spiegarlo.

A Sky Full Of Stars

Siamo agli albori del capitalismo, a cavallo tra il ‘700 e l’800. L’umanità esce da secoli di carestie, di pestilenze, di privazioni. Il capitalismo mette in moto un meccanismo capace di produrre per la prima volta merci in quantità sufficiente a sfamare e coprire la totalità della popolazione.

Progressivamente il capitalismo è uscito dalla materialità dell’esistente e ha investito il campo dell’essere, dell’esaltazione del luccichio, dello spettacolo, del religioso, dell’apparire, dello spirituale.

I contadini hanno abbandonato le campagne, il lavoro come palcoscenico dove gli attori e i protagonisti erano loro, per andare a eseguire compiti, divenire attrezzi passivi in mano ad un moloch gigantesco di cui ora i figli non vedono la testa e il busto ma che ai suoi piedi raccolgono solo quello che le classi organizzative davano loro, i loro scarti, per mantenerli sotto, in soggezione e avere dal loro lavoro manuale il loro sostentamento.

GengaEnea-fugge-da-Troia

La materia prodotta si è trasformata: da prodotto utilizzabile a spettacolo. Si è trasformata in sfavillio, in plastica e “deviazione” dall’uso concreto in se, la materia è divenuta attrazione, svago, esistenza stessa. Abbiamo perso la cognizione e la consapevolezza da dove le cose provengono. Ora sono calate dall’alto. Reclamizzate come imprescindibili alle nostre esistenze. Non consumarle significa peccare.

It’s a Pity Party!

Dalle campagne e dai loro canti i contadini si sono allontanati, facendo seccare e invadere dalle macchine assordanti e inquinanti, le loro zolle e i loro festeggiamenti divenire out-lettere, studiati da entomusicologhi, nel lavoro e nel raccolto, durante le feste e le sagre; sono andati sempre di più in massa a rinchiudersi nelle industrie, in blocchi di cemento gli uni sopra gli altri, davanti ai cine dei primi film muti, davanti al televisore del parroco, dello zio, del prefetto, di chiunque ce lo avesse in cinque, dieci, venti. Muti. Inespressevi.

Tutti uguali.

I pochi spettacoli all’aperto, come sfetature di quello che era, ed è, il teatro divenuto per i padroni, hanno invaso le piazze con i karaoke, le bande, gli show, gli sketch dove i contadini, poi gli operai continuavano ad essere i soggetti passivi da intrattenere. Educati a degli spettacoli di demenzialità palese, asfissiante, oppiacea.

La loro cultura contadina, della causa, della magia e dell’effetto, si è andata progressivamente esaurendo dentro una mentalità sempre più automa, meccanizzata, ipnotizzata dal consumo per consumare. Onnivoro, continuo, estenuante, di pessima qualità. La socialità di un epoca era scomparsa, insieme ad una violenta miseria.

il_fio

L’obbiettivo però è non rendere mai soddisfatti.

Su questa strada si è inserito il medium di massa che, davanti un soggetto passivo, dietro la pillola indorata dell’amusement, poteva ammansire e indottrinare come meglio tornava utile al suo sviluppo.

Il progresso è costato la libertà, in cambio abbiamo avuto la sopravvivenza, comoda, senza rischi; una continua spoliazione dell’intelligenza e della dignità.

Lost In Hollywood.

La classe intellettuale in tutto questo è rimasta a guardare e come operai, piccolo borghesi, del sapere, cercava di raggiungere il busto, la testa del moloch per farsi comprare, per sentire il proprio ego appagato, gratificato; la frustrazione dell’intellettuale d’altronde è palesemente visibile quanto commiserevole, miserevole e compassionevole: quanto più conosce e capisce tanto più sarà disprezzato, evitato, ridicolizzato.

Il capitalismo però è andato oltre; basato com’è su uno sviluppo progressivo esponenziale, vale a dire uno sviluppo illimitato su delle risorse limitate: ha dovuto creare sempre più bisogni e necessità, oltre alla auto-sussistenza dell’uomo con se stesso.

Il contadino con il suo lavoro bastava a se stesso e il divertimento e lo svago era anch’esso autoprodotto.

Per lavorare oltre la sussistenza, l’uomo ha avuto bisogno di stimoli esterni e questi glieli ha forniti il divertimento, ne va da se che per il divertimento è imprescindibile il lavoro.

Il divertimento funge sia da motivo per il quale si è “disposti” a rinunciare alla libertà di movimento e di conduzione dell’esistenza, sia da distrazione stessa, per i quali divertimenti, “reclamizzati” e mostrati invasivamente e continuamente, non ci pesa il condurre l’esistenza oltre la nostra completa volontà d’agire.

L’attenzione è continuamente catturata dalla merce, con questo intendo dire: sia dagli oggetti che hanno perso il loro valore d’uso e oramai gli rimane solo il loro valore di scambio, sia dal prodotto-divertimento, dall’aneddoto, dal gossip, fino alla sterile informazione, sterile in quanto fine a sé stessa.

Questa distrazione è fornita e veicolata dai c.d. media di massa. Come ho detto prima, i media organizzano e forniscono l’attività di scambio che abbiamo quotidianamente con i nostri simili. Fino a farci arrivare ad avere più rapporti con la materia, “lo spettacolo” che con i propri simili. Guy Debord previgentemente nel ’67: “lo spettacolo non è un insieme d’immagini ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”. Scambiamo lo spettacolo per realtà e ci rapportiamo attraverso i media alla realtà sempre più non vissuta ma riprodotta per immagini, videotape, frame, videoclip, trailer, sponsor, reclami, slogan, civette.

La riproduzione del reale è il nostro rapporto sociale: l’immagine parziale, decontestualizzata e strappata dalla realtà costruisce i nostri gusti, i nostri dubbi, le nostre speranze, la nostra identità, cosa crediamo che sia “nostro domine-pensiero”.

Dai media ci informiamo e da questi apprendiamo cosa ci serve, come dobbiamo essere, quale è il bene e quale il male; da questi abbiamo gli argomenti sui quali siamo indotti a sviluppare illazioni, ragionamenti, discussioni, conversazioni leggere di circostanza. Ci forniscono il nostro comune sul quale basiamo la nostra identità e la nostra storia..

Lo spettacolo é la mercificazione della vita; Tutto è merce nello spettacolo. Lo spazio sociale è invaso. La persona sociale ne è consunta.

Il consumo alienato, voglio dire, è il surplus inteso come “dovere”, della terza rivoluzione industriale, quella dello spettacolo, dopo, quello che fu il surplus ricavato, dalla sovrapproduzione alienata della seconda. Del lavoratore -trattato come schiavo- che produce ed è pagato giusto il necessario del mantenimento della sua forza lavoro, fino alla fine della prima metà del ‘900; il capitalismo ne ha avuto bisogno per alimentare la sua natura, di produzione esponenziale.

Ciò ha significato che da schiavo il lavoratore, edulcorato dal disprezzo palese che gli era chiaramente espresso, si è ritrovato, improvvisamente, trattato apparentemente come una persona, con una cortesia premurosa sotto il travestimento del consumatore ma questa cortesia è commisurata alla sua potenzialità di spesa. Il lavoratore è divenuto anche consumatore. Ora deve consumare ciò che produce. Lo deve fare in fretta e in grandi quantità, altrimenti, la sua prigione di sicurezza che lo esclude, lo preserva e lo dimentica (oltre che da se stesso) dalla Natura selvaggia, crollerebbe.

Lo spettacolo è sia l’insieme di tutta qst follia, sia la sua propaganda, il suo monologo elogiativo e autoriproduttivo.

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Nell’economia quindi, possiamo facilmente essere d’accordo, si svolgono tutti quei fenomeni che dai media sono veicolati, dalla politica dosati o gestiti e dal popolo vissuti e consumati.

Pasolini in un intervista del ’74 riportò le seguenti parole: “nei regimi democratici occidentali contemporanei, quella a-culturazione quella omologazione che il fascismo non ha potuto ottenere; il potere della civiltà dei consumi riesce ad ottenerlo perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che la società nella storia ha prodotto, in maniera molto differenziata; questa a-culturazione basata su un’informazione tramite il consumo, sta distruggendo ciò che è creativo; questo è il vero fascismo.”

I media creano dei codici e dei canoni riconducibili a ciò in cui possiamo riconoscere e riconoscerci. Tutto ciò che serve a riportarci a quei codici e a quei canoni è sacro e deve essere comprato e consumato. Vale a dire serve per eguagliarci e innalzarci alla realtà mostrata e riprodotta dai media. Unica reale. Unica possibile.

Pasolini aveva già intuito i cambiamenti sociali e culturali prodotti dalla massificazione dei medium di massa, quando si accorse che tutti i giovani di borgata avevano iniziato a vestire, comportarsi, pensare in modo analogo a quelli di città. Chiamò questi come fenomeni di mutazione antropologica.

L’economia qui è centrale perché oltre ad arrivare capillarmente in tutta la società, le grandi aziende che conquistano lo spazio virtuale dei media, riescono a irretire qualsiasi forma d’autonomia, anche a livello intellettuale. Oggi, per stravolgere il motto di Descartes, si arriva oltre il bisogno, per approdare alla conquista del proprio io vedendolo proiettato nella sua capacità di consumo.

Compro quindi sono. Nella necessaria, in questo caso si, compulsiva follia di acquistare materia, prodotto, per sentirsi vivi, desiderabili, per l’inversione di quel ruolo-rapporto desiderato-desiderabile e dar senso a quell’illusione di vivere, senso a quella recondita colpa, e nascosto, perché altrimenti avvilente, dubbio, dell’aver sacrificato la nostra libertà per il lavoro, in cambio di oggetti.

Questi oggetti più saranno consumati, acquistati, accumulati e con la stessa rapidità buttati, più ci sembrerà, appagheranno la nostra sete d’esistere. Ma mai dovranno colmarla. I media e lo spettacolo da essi prodotto e che tramite di essi si veicola, costruiscono la vita e i consumi con i quali costruirla e costellarla.

Il prodotto è vero, come detto, nella sua volatilità. Quindi dovremmo lavorare di più per comprare di più, dovremmo anche però produrre di più e per questo consumare ancora di più. Si sa di converso, che l’assetato non si disseta con l’acqua fredda ma con quella calda.

 

1.2 Il c.d. divertissement.

 

Un punto molto importante della filosofia pascaliana è la critica al divertissement, inteso da lui nel senso originale di deviazione e allontanamento (dal latino devertere, cioè deviareallontanarsi). Tale divertimento non è dunque la festa o il gioco, ma è ogni azione riprodotta per l’uomo, al fine del suo intrattenimento, che sia culturale o d’informazione  o di divertimento e gioco. L’uomo ricerca cioè ogni forma di divertimento (e anche d’impegno in un’attività o un’occupazione più gratificante) come uno strumento di distrazione, un diversivo che è in realtà un risibile tentativo di sottrarsi a ciò che genera infelicità nella sua vita: l’ignoranza, il pensiero della morte, la propria pochezza, il sentimento d’angoscia ecc.

Pascal scrive infatti:

« […] ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. […] ho voluto scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una effettiva, che consiste nella infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo seriamente. »
(Blaise Pascal, Pensieri, 139)

Il divertimento, per Pascal, è dunque la peggiore e la più vasta piaga del mondo, in quanto ogni uomo cerca di “distrarsi” dalla propria condizione debole, mortale, per questo si disperde in infinite attività che lo illudono e, al contempo, s’impegna egli stesso ad illudere gli altri. L’uomo è sempre in movimento, ma, se si ferma, sente il nulla; ma stare sempre in movimento è dannoso, poiché l’uomo è vero solo nella stasi; lo stare tranquillo in una camera non sarebbe dunque la causa dell’infelicità, ma solo la rivelazione di tale infelicità, che in realtà è sempre presente.

Il divertimento è la nostra più grande miseria poiché, per Pascal, ci distoglie dalla nostra unica dignità e ricchezza, cioè il pensiero, con l’illusione della dignità stessa (cioè lo svago).

L’uomo, perciò, non riesce mai a restare solo con se stesso: ha paura del suo ‘io’, non vuole essere assalito dalla noia. La noia è benedetta, diceva Pascal, perché ci spinge a riflettere sulle cose del mondo. Ma questo stato di meditazione, che è ‘otium filosofico’ in fin dei conti, viene evitato, purtroppo, dall’essere umano, poiché innesca in lui una paura quasi naturale nei confronti della conoscenza della verità reale e non fittizia.

continua qui…

 

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Linee e curve e flussi…

 

Linee e curve; e influssi

Mare e onde, aria e…
mare che ascolti attendi
arrivi,
ti appare,
la riva, come ricordi
ch’è assente..
…e cammini e come deserto
le dune la notte, ascolti.

La loro fine la vita le une: chissà dove nate
da quale ghiaccio, pioggia o fiume
l’inizio …il nostro
pensare..

L’altre non irrequiete, immobili
sono nel tempo astri del cielo, il canto
forme
Pensiero

 

 

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Non è tempo per le ideologie: una ginestra che non si gira più.

 

di vacche magre di quelle grasse
di topi in strada
di                         urlaaaa                nel  Sahara

silenzioso

far strappar le tracce sotto il vento, sotto le stelle. Come
come votare; non è ancora tempo!
Le ideologie
non possono guidare il popolo ancora,
il sogno è morto, s’un drappo rosso e non c’è tempo.                Rinascere colibrì sulla storia

delicato, troppo prezioso, fragile.

Non si vuole credere,
conquistare i cuori nella gente, se impaurita. Come?
Non è tempo. Non è tempo, perchè ancora
bisogno di un Padre padrone e leader regga                                               i nostri passi sulla strada entro gli argini,                                             dalla deriva; non è tempo
perchè abbiamo bisogno delle costrizioni
per eticamente comportarci critici e con coscienza. Pensare è fatica; e e allora, non è tempo. Non è tempo

se bisogno abbiamo del possesso, ancora…

di oggetti amori e riconoscenze
per sentirci vivi.

Non è tempo ancora                                                       se abbiamo bisogno di dimostrare l’esistenza, di lanciarci in                             abbuffate volitive, volgari, come quando ricordo
ottemperanza al sacro dio dell’abbondanza… e così Sia…
ci lasciamo andare. Bisogno del vuoto per riempirci.
spaceoutDi non pensare per riposare. Dramma di una società che non riconosce ancora
la sua comunità. Pensiamo al nostro respiro come la nostra pelle, guardando fuori
come a qualcosa non minimamente collegato. Abbiamo bisogno           di distinguerci per riconoscere le Nostre Creature del Signore.
Chi siamo. Abbiamo bisogno                                                    di sentirci

appagati da una vendetta.     Da un odio riscosso.               Non è tempo

ai confini da difendere      se ancora pensiamo                                      alla Terra latrina dove sciacquare nascosti, i nostri simulacri dismessi, senza gente di altro colore, senza gente di altra nazione, senza altra gente che non conosciamo.                                                  Non è tempo se pensiamo che l’amore si conquista con la guerra                                      la pace col coltello, la sedia con la spinta. Non è tempo           se abbiamo bisogno di sfoghi e come in imbuti incanaliamo                        la noncuranza per l’Ignoranza e il Bello,                     il sapere da dove Tutto Questo viene.                    Non è tempo

Il Mareeeese ancora cerchiamo l’appendiabiti di un sorriso                con due uncini,          se cerchiamo i soldi per manifestarci,                                                         con la costruzione, cementificare
uccidere                                                                                                                               arricchirsi                           e                                  distruggiamo la Natura credendoci distanti                                anteposti e posposti in una credenza spaventosa purtroppo               in un’unica supposta evoluzione, sottoposti. Retrogradi. Non è tempo. Non vogliamo

essere liberi,

non vogliamo democrazia diretta

perchè non vogliamo decidere.
Mangiamo ancora carne per sentirci soddisfatti. Crediamo ai sentimenti
come ai vincoli. Scivoliamo negli .ismi avendo paura del grande mare blu

spaceout (1)
sconfinato… sconfitti.

Forza! Arringate il coraggio, saldate bene, i piedi, sulla terra
che le stringhe siano ben strette, i cuori allineati
bendate i titubanti, gl’indecisi, gl’umiliati
ritirate su le ghette, le riding-coat, verdi o nere, giarrettiere insufflate
forza, vecchi spiriti giacobini!

Ogni nostro nervosismo, parola o sentimento che allontana, distingue estranea…
..è una gabbia di barre                posta davanti, impedendoci
il sole, il caldo, il cielo, il mare.
Non vogliamo credere, non vogliamo credere
e allora non è tempo ancora
se tutto questo, pensiamo,
sia solamente poesia. Che lo debba dire un Papa
per essere giusto.
Non siamo ancora pronti
se sporchiamo solo quello che non è “il nostro”.
Non siamo ancora pronti
se crediamo che esista un “dentro” e chi
è “fuori” sia sfortunato a non vivere il Mondo,
l’unico possibile, “il Nostro”.

Non siamo ancora pronti
se pensiamo che ci sia qualcosa
che non ci compete, se pensiamo che “non si può fare”
perchè “non sta bene”, se infine l’opinione di tanti
vale più di quella di uno.
Non siamo pronti se ancora non capiamo che forma
e l’unica levatrice è la cultura,

che forma gli uomini, che ci accompagna

verso la strada della civiltà,                                  della presa in arte della responsabilità
di chi siamo e la non messa in deroga
la prima forma della schiavitù moderna…

è nella Cultura,
la porta del futuro,                                                           la sensibilità del percepire l’oltre.
Non siamo ancora pronti se pensiamo che questa sia                          solo un’altra strada
dallo scambiare merce con denaro, proporla e somministrarla,
veleno che ci dimentichiamo di quando speriamo,                 nell’acquisto e lasciamo andare le mani che abbiamo stretto.
Nel circolo gretto del lavora-produci-acquista-crepa
non è tempo per gli ideali.

 

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Una mattina mi son svegliato. L'”Italicum”!

 

Il 19 gennaio del 2013 Renzi e Berlusconi, un sindaco (da poco segretario per inerzia) e un pregiudicato condannato per frode fiscale ai danni dello Stato, fuori dal parlamento e senza la possibilità d’intervenire da parti esterne hanno discusso e deciso la riforma elettorale da far promuovere al parlamento.

Prima domanda ma con quale diritto questa si decide fuori e non dentro il parlamento e secondo perché tutta la politica e con essa il paese vengono minacciate, soprattutto dal sindaco, dal fatto che questa è l’unica e l’ultima alternativa e paventarci il diagramma a ricatto che o si fa così o l’Italia affonderà irreparabilmente?

D’accordo è urgente la riforma elettorale ma andrebbe discussa, e sottolineo il verbo, come Costituzione vuole dentro il parlamento e non fuori; le Commissioni ne avrebbero l’onere. A danno altrimenti, ancora una volta, della rispettabilità o della banalità del Governo.Quando la discussione in Commissione è impedita v’è l’umiliazione del parlamento.Abbiamo aspettato più di cinque anni e ora non credo che se a degli esperti gli si desse voce gli occorrerebbe più di un mese per discuterla e deciderla.

La corte costituzionale  corte_costituzionale-T1

ha dichiarato incostituzionale la 270/2005, il cosiddetto “Porcellum”, dallo stesso Calderoli il promotore della medesima, e con essa quindi, desumibile, illegittimo anche tutto il parlamento con i suoi eletti. Forse è per questo che non è stata decisa sugli scranni di Montecitorio!? Non credo. Guardandola attentamente questa nuova proposta di legge elettorale non mi sembra nemmeno molto diversa dalla prima, sui punti critici. Le liste bloccate ci sono e la soglia per il premio di maggioranza è troppo bassa, il 37% in un paese dove l’astensionismo alle urne elettorali è ai massimi storici mi sembra una precisa volontà di non badare alla rappresentatività del governo sulla popolazione.

Bisognerebbe incominciare a registrare gl’inscritti alle urne e tarare le nuove leggi su di essi, tenendo in considerazione che “il partito” dell’astensione tocca la quota 23%. Bisognerebbe anche incominciare a riflettere sulla soglia minima degli elettori che ci occorrono affinché una votazione sia valida. In modo che tutti quelli che non hanno votato o hanno votato scheda nulla perché non si sentono rappresentati da nessuno dei candidati proposti abbiano finalmente una considerazione e un peso; che è anche un messaggio politico. Si parla tanto di garantire un governo al paese ma la governabilità di un paese non si determina artificialmente con una legge elettorale ma con il consenso che ha questo sui suoi cittadini che esso rappresenta. L’ingovernabilità dipende dal conflitto politico. E non illudiamoci che il ballottaggio sia un secondo turno alla francese, i nostri cugini d’oltralpe sono ancora troppo in là da raggiungere: il nostro, se lo sarà, sarà appunto un ballottaggio dove partiti che hanno ottenuto il 25%, il 30% dei voti gli si darà la falsa demagogica autorevolezza di rappresentare la maggior parte dei cittadini!

E tutti gli altri partiti che comunque rappresentano una minorità della popolazione si vedranno decurtati di quei seggi che avevano guadagnato al primo turno. Ditemi voi se questa si può chiamare democrazia, dove 3 persone su 10 hanno diritto di decidere chi governa e chi rappresenti tutto il paese!! Sarebbe forse il caso di dichiarare che questa è, più che una democrazia, una oligarchia.

 

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L’ora della sera

Marciapiedi lividi di

 

cene, di grandi abbuffate.

Le macchine se ne vanno

                i fari scoppiano lungo le strade

                                                                                        ad incrinare la notte,

lo sguardo fisso

dei ragazzi che si riaccompagnano verso casa

opprimono l’imbarazzo del sonno

mentre la mente è in un polo di guida tra i confini di domani

 

mentre cammino sul ciglio come un Dubbio,

nel perdersi le compagnie rincasano.

La via sembra seguire le stelle come le spalle

forse un po’ chine

di quelli che svoltando gli angoli sorprendendo l’oriente.

 

Da queste note nasce il vento;

                 il freddo dei poeti;

 

                                                                                                        solo vengo

                                                                                                              e vedo venire.

Un altro giorno. Un’altra lotta.

L’ora della notte è al suo inchino

comincia il mattino, i prati, l’eterno

le falene chiudono le danze

quando la gente ricordo si svegliava per fare legna.

Senza lingua. Senza lacrime.

Vedo delle navi grigie

abbandonare l’ancora.

Senza quelli che se ne vanno da un festival a un ristorante.

Senza quelle fiabe, quei cartoni animati

di bambini felici,

C’è la vita di chi non accetta ed è costretto ad andarsene

come un cavaliere senza spada con in mano un cucchiaio.

Nella tana della miniera, nella terra dell’oro

mentre tutti lasciano spazio

al bisogno di ritrovarsi,

per quelli che la notte è presepe, sui libri di studio

in esilio

curiosa.

 

Tutti dormono. Dopo l’ora della sera.

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Ludi reali su progenie di sogni

Tra le dita rigiro un suono, il canto che non so chiedere all’aurora

tra le carezze rigiro un guanto                                                    …ed ora sfido le mie voglie.

 

                                                             non ho saputo amare…

Nella mano si perde la luce

                       ……………………….,,,,,,””””””””””””—–  movimento

..che ingenuo strinsi più di tante volte,

ve ne siete accorti? Tutto ora si svolge nel silenzio.

Ora è buio e con il silenzio non si sa cantare

c’è nebbia

io mi siedo…

“Luna, ora, di vergogna, non so ascoltare.

                                           Quali parole ami??

Da soffiare via lo spazio che ci divide.

Luna! I poeti!!

…non sussulto più ad un notturno di Chopin

sarà che con le note abbiano avuto più pazienza di me?

Sarà anche che con i colori, le figure, le danze, le parole

ti abbiano saputo in silenzio aspettare

credere

pregare.  Io non so più sognare.”

Me ne esco così da questa stanza,

con del libanese squagliato

                       con il ricordo del vuoto

                                    svoltato

50g 260 €

un vocabolario caduto

e dei fiori appoggiati

tra l’odore del fieno e una carcassa di bue la mia innocenza

solo le api nascono

dove con l’ultimo fazzoletto dovrò salutare

 

dove solo con il ciclo si riprenderà fiato. Dove potrò rinascere, e ricominciare a sognare.

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Mia piccola anarchia

Queste sono le parole che non ti ho detto:

 

odore. Corpo. Rabbia  

 

                                                                  …sciogliersi come se dei immortali.

     Aspetta!

Mi siedo.

                     Chiudi gli occhi!!

non si può immaginare tutto quello che si vede,

ma è quello che non si vede

                         il sogno che di solito solleva da terra

chiude le persiane marce

e non ti fa più sorridere da sola

di un cuscino caduto a terra.

 

Non si deve arrancare in un mondo indeciso

cazzo

         le strade si spogliano di noia

se si prende a piedi                 la via che conduce ad essere liberi

 

ogni sussurro è un destino

ogni mito un improbabile identificazione.

 

          Ascolta!

 Aspetta…

              di andare a piedi non essere delusa

hanno sbagliato a dirti che si deve correre,

il vento è più veloce;

                                                  la novità, quello che potremmo vedere,

 

quello che non si conosce fa paura, ma è lì che si sta facendo la Storia…

                                      

                    GRRRRIDA…di chi alza la voce perché non sa farsi ascoltare,

 

imprecazioni di gente che si butta in ginocchi

spegne la tv con un cazzotto al centro dello schermo.

 

Ascolta il rumore del mare

forte

ti accompagnerà come dolce barca di melanconia

un cavallo al galoppo in una prateria,

imperioso e selvaggio

                        ti prende per mano

 

e sprona al coraggio, all’arte, a fare all’amore come un rondò veneziano;

 

 

a tutto questo serve vivere, senza la paura di perdersi.

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Nell’onore

Siate mie signore del cielo

stelle

così a piedi camminando, sotto l’ombra

 

vi possa guardare,

complice.

 

Da dietro la pipa della tua fragilità

ti nascondi

padre

quello che sempre sei stato, senza urla o botte incoscienti

cheto.

 

Dopo anni sono sempre il tuo ragazzo insicuro

preso in giro

che cerca di far valere qualche sua vanagloria

dietro i pollai a rincorrere le galline ma non per spaventarle

 

ma perché sono così…leggero, da non volere che uova fresche da bere

 

per sentirmi accettato.

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La luna, la vita, la terra

Sdraiato sulla mia terra

rigiro la testa

 

prono ascolto odori aviti, di viti lontane, divelte

come da bambino nel cielo di marzo

attendevo i disegni, le rondini d’Africa

ora

guardo i vermi nel fango, i loro teoremi.

 

Nel atro livore di non essere parto

di altri corpi

anfotero spoglio

d’incessante bagno

d’immagini piango.

 

Rami e fronde d’ulivo

come desideri in catene

vili

si sopportano

mentre li osservo sopra il mio corpo,

ricordo spoglio,

ridono,

ma non fingo vergogna

attendo

 

.

                         Tra le foglie d’argento,

                                                   rombi allungati,

                                                                   nasini di ragazze francesi,

scorgo il latte dell’ombra lunare

 

resto nudo

 

lei è lì

 

siamo timidi

 

lei di più,

                                                                       …forse è abituata a vedermi vestito.

 

La sorprendo

 

“inutile nascondertelo più:

tu mi piaci

come il mare sotto le cinque

 

mi piacciono i tuoi lividi

 

sul tuo seno colano solitudini

di polvere sparsa sulle code dei piccioni bianchi

suffissi volati nell’areo, di disperato eterno…

 

 

Lei mi dice che non esiste, ma parla…ed io continuo a crederle. ….

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Finché, sul fiume, sospeso, seguendo…

 Del cavaliere anarchico, madre sacrificale. L’istinto e la passione.        Dolore.

 

 

Insofferente crebbe nella libera giustizia d’essere.

Era vento. Malinconico come la spuma del mare dileguandosi

                                                                           

                                                                         …in pianto sapeva delle foglie dorate

                                                     cadute.

 

Spirito vagabondo,

nel sangue gli correva il blues

                                   

Cercava per dannarsi, per non trovare

                                                                                   …quando si ha, si ha paura di perdere.

Rifugiava se stesso nei bar

negli avanzi dei ristoranti

in affetti spiati…                        sulle panchine, al bordo dei locali.

 

Riciclava i morti di sigaretta

negli angoli bui, sui marciapiedi stretti, nelle campagne forti

nell’odore dell’erba…

                                               …ossessionava la mente con le ragazze degli autobus

con quelle che per telefono

comunicavano i trenta ai loro papà,

quelle che per rigetto gli negavano il baratto d’un sorriso.

 

Senza la bottiglia e una penna

un uomo di blues

non batte le strade

 

è per le ragazze di campagna

con le ginocchia strette

andava componendo poesie,

reticolati di Bravais

 

           mentre intorno si vedeva crescere i caldi bordelli

di sconosciute amicizie

 

era un uomo col blues che gli scorreva nelle vene

disperso

spirito in fiamme d’un raggio viola

 

diceva dell’arte: altro non è, che un uomo buono

che soffre dannatamente

 

per la donna che aveva una volta.

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…e vi mando INESISTENTI come pecore tra i lupi

Solitudine è la creta di oggi

ma fossile della vita, ministero orribile

il narrarsi la miseria che da lei non sopportiamo

Voglia incompleta di solitudine.

 

e cercare qualcuno,

ancora

ancora

perché non può essere tutto così

perché qualcuno su un angolo cheto

preso a pensare, a esplodere

ci deve ancora

ancora ci deve essere!

 

Le nuvole

                                                                          La panchina

 

 

                     Un cielo viola d’Europa dormiente

                  

                                                                                                     … sotto i clivi

                                                                                                                                                delle dune di un tramonto

a giurarsi < Per sempre! >

                                           

                                     ………. fosse l’isola che non c’è!!!! tra i riverberi

sullo specchio teso d’una ragnatela

il sole,

inventarsi nuovi sogni e nuove fate

soffiando santo

il vento, la luce

sul rotondeggiare esile del fieno, la polvere

                                                                                                          all’aria

si posa, s’eleva

ed è magia

 

 pfff ffffffff ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff ffffffffffffffffffffffffffff ffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff    fffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffffff

 

pulviscolo

che tutto trasforma

                  dai blocchi secchi di fango, dall’estate

arsi di calcina magra

 

in poi gessi

d’amore gessi e stacchi………….

…………

                ………..fino gipsoteche morte dei luoghi d’amore. Questo

 

il non esistere e ritornare

 

è solitudine.

 

 

Pubblicato in Poesie 2007 | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Il divino potere creativo del Tutto nell’Uno

 “Non hai notato prima d’ora che i bambini

                                                                                                                                       e le persone infantili, che non sanno distinguere

                                                                                                                                    fra se e il mondo, parlano di se alla terza persona?”

 

                                                                                                                                        – Edwin A.Abbot –

Mentre ascolto

accade


resto perplesso del mio inutile contributo donato al mondo.

così, in attesa, in una camera purgatorio al quarto piano

mentre miliardi di persone,di vite

s’incrociano

cambiano, muoiono, uccidono, salvano, nascono…

ognuno protagonista di nulla;

perché nulla importa

perché d’indispensabile è solamente quel microscopico “contributo”

che ognuno ha in precisi attimi, dal quale nasce l’inimmaginabile ingranaggio del conosciuto.

 

È in attesa di quel contributo la vita? Tutta la vita?

Centellinata. . .

Quante, quante realtà esistono in un medesimo istante?

Infinite, quante ne sono gli esseri viventi.

E allora cosa sarà mai l’odio, l’amore, l’ansia, il sentimento?

Cosa? Quello che fa si che questi “contributi” accadano?

 

Era finita la festa, le api ritornavano all’alveare,

nell’assordante fruscio un’ape, un vecchio nero canuto

in ginocchio, guardava

all’uscita della metro Crimèe. Era splendidamente immobile nel mentre.

Tutti lo vedevano come lui tutti vedeva, ma nessuno lo viveva come lui nessuno viveva.

Era nel mentre. Avido di niente. Povero. Anche lui in attesa.

Asserragliato in un pensiero, in una domanda chiedeva soldi.

Anche lui di certo avrà avuto una mamma. Anche lui avrà provato orgoglio, gelosia.

Qualcosa lo aveva abbattuto, gli aveva messo paura. Forse se stesso. Forse un’illusione.

Sicuramente, si sarà chiesto, quale porta dovrà aprire domani e sicuramente,

si sta ancora chiedendo, perché quella porta anni a dietro si chiuse.

Ma nessuno lo nota, come lui nessun aiuto vuole.

L’aiuto non esiste perché l’uomo non esiste.

Morto in lui se stesso, è morto anche l’altro. Non trova grazia, non trova perdono.

Ogni credo è cenere e quel che conta sono i soldi. Non la vita ma la sopravvivenza ad essa;

nel mentre passava una ragazza

tirata di Calvin Klein degli Champs Elysees,

(di Thomas Wylde e Gucci di BondStreet e via Condotti)

bella e solare, che una qualche sofferenza passata

le ha reso solamente più misterioso e accattivante il volto. Non era una sconfitta.

Lei era abituata a vincere,

a piangere solo su nostalgie e amori passati.

In quel mentre non accadde nulla. Lui, lei, uguali ma per quel mentre morti entrambi.

Non si erano visti ne vissuti. L’oltre è scivolato sulle loro ormai carcasse.

 

 

L’ingranaggio avrebbe potuto fare un giro in più, forse diverso.

Pubblicato in Poesie 2006 | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Impressioni dell’anima

…sono senza più fiori da cogliere al mattino,

mi ritrovo solo in un marciapiede grigio e nero…

ritrovo dimentico di parole 

alcune illusioni dentro altre          

 

un cuscino come un pallone areostatico

sopra vie di città e campagne..

 

…quanto affanno…

   ;            scambio la dislessia per arte!     …vedo nei visi delle persone;

sono molto belli ma… 

interessanti… ma…

, mi piacerebbe starli a guardare                   ma non posso!

                         continuo a volare….

cip

cip, mi sembra di fare e

 …troppo mi beo del mio sogno dozzinale

ma quante grinze di violenza ci sono ancora….      …….   (    …     ♥ ♥ ♥ Song of the Stars ♥ ♥ ♥

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ღ                       ¸¸.•*¨*•DiViNe Łø۷e¸¸.•*¨*• ღ

 

We are The Stars which Sing;                                                                       )

rannicchiate come prostitute malmenate

le mani sopra la testa

chinate, i tanti uomori della gente nascosti.

Dei visi rancorosi pieni di rughe, le facce tanto odiate e tirate da bambini ognuno ne ha assunto l’aspetto.

Non ti parlano se non ti conoscono! Sembrano come sempre in agguato raggelarsi,

Corvi, traditi e offesi, le unghia affilate dentro, tutto, sembra essersi messo contro.

Non puoi rivolgere parole d’amore a chi non conosci.

Allora mi viene in mente il poeta…

sul mio cuscino rientro;

quanto sforzo anche per lui, ripiegare con tutte quelle emozioni 

tra le lenzuola del suo pensare di luce, raggomitolarsi 

come scoiattoli sui gomitoli di nodo degli alberi, a contare gli anni

portare con se quello che ha visto.

Il poeta riesce

nello spazio bianco

a veder scolpite, scalfite le sue emozioni 

e trasformarsi,                                                                    segni di carattere nero.


E’ il giusto compromesso 

si dice,

riuscirsi a farsi piccolo, perdendo il proprio io

per disvelare a tutti

cos’è una Poesia!

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