Panem et circenses n.1

Introduzione.

Non seguo nessun filone anche se inevitabilmente nel mio pensiero vi saranno facilmente riscontrabili teorie socio-filosofiche delle quali letture sarò stato influenzato. Quello che intendo avvisare è che tutto cmq frutto del mio osservare la realtà, in cui vivo e che mi circonda.

Sottolineo: sono miei personali ragionamenti, non hanno pertanto nessuna pretesa di carattere scientifico e sicuramente nell’esposizione vi si potrà riscontrare della grossolanità. A molti appariranno come ovvietà o banalità. Il dubbio nasce da un mai nato riscontro su questi ragionamenti quindi non so quanto siano scontate le mie tesi.

Avrò il piacere comunque di accettare consigli di carattere bibliografico, o ancora, se riscontrate citazioni di correnti o autori di cui, pur non volendo ho ripetuto il loro pensiero, prego di segnalarmelo. Sarà per me molto utile.

Premetto che tutto il discorso che da qui in poi si svolgerà è cucito sulla massa, non su singole élite intellettuali, quindi è generalizzato e volutamente generalizzante.

 

1.1 Tesi.

Vi è l’esigenza di alienare il lavoratore: più rimane passivo meno vive quindi meno pensa; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua esistenza e ciò che realmente vuole. Lo spettacolo corrisponde a una fabbricazione concreta dell’alienazione. L’uomo separato infine dal suo prodotto, attraverso un’ingannevole parcellizzazione delle specializzazioni, delle classi e del lavoro, produce sempre più potentemente tutti i dettagli del suo mondo. Quanto più la sua vita è ora il suo prodotto, tanto più è separato dalla sua vita. L’isolamento fonda la tecnica e il processo tecnico isola di rimando. Dall’automobile alla televisione, tutti i beni selezionati dal sistema spettacolare sono anche le sue armi per il consolidamento costante delle condizioni d’isolamento delle “folle solitarie”.

-Guy Debord-

Prima di sciorinare tutto il pensiero, vorrei elencare il beneficio che i media hanno apportato, riconducendoli a due filoni, i quali, purtroppo, hanno avuto rispettivamente dei riscontri negativi:

la prima che mi viene in mente è che l’informazione è in grado di arrivare a tutti, di fatti e nozioni sconosciute, l’altra è una sorta di livellamento (anche linguistico) nella popolazione nazionale nei temi di conversazione, in modo forse di raggiungere un certo comune interesse di scambio nei rapporti interpersonali e quando d’orgoglio con i connazionali o all’estero, in via di una certa unità nazionale culturale-popolare. Voglio arrivare a dire che i media e lo spettacolo in generale, l’essenza della società contemporanea, che di questi, come di altri mezzi, se ne serve, ha creato il sentimento e l’identità italiana.

La tesi che esemplificherò l’ho riassunta, nel titolo, con una citazione tratta da Giovenale, Giovenale si chiedeva: cosa vuole il popolo? Lavoro e divertimenti. Bene. Da questo punto proverò ad andare avanti, con una visione critica, esemplificando come, secondo me, i media, hanno contribuito e determinato la terza rivoluzione industriale quella c.d dei grandi media di massa, e la sua conseguente trasformazione del capitalismo: da capitalismo industriale a quello di un capitalismo “dello spettacolo”.

Nella odierna società dei consumi il prodotto, qualsiasi prodotto o materia prodotta, è spettacolo e lo spettacolo è utilizzato, come medium, come contenitore e come sostanza, dall’odierno capitalismo per vendere i suoi prodotti, per sostentarsi e autoriprodursi.

Vi è cioè la trasformazione del prodotto-materia: da prodotto utile a prodotto feticcio, avente il solo scopo di essere consumato (che è diverso dall’utilizzarlo) dopo averlo ricercato, sacralizzato e opposto a qualcos’altro viene, nel minore tempo possibile, con la conseguente trasformazione del nostro rapporto con esso, da liturgico, soprannaturale, inviolabile e venerato vissuto come oggetto violabile, disprezzato, maledetto, dimenticato.

Ma andrò con ordine.

La nostra società è retta dal plus-valore del nostro lavoro. Vale a dire che se i lavoratori ottenessero il salario pari al valore della produzione ottenuta dal loro tempo-lavoro, la società andrebbe in crisi economica. Non ci sarebbe quella sovra-produzione, permessa dai bassi salari, che avvia poi gli stessi lavoratori, condizionati e obbligati, a comprare e consumare quello che essi stessi producono, con un costo minore pari alla qualità e alla deperibilità del prodotto e alla loro incoscienza “di valore”.

Naturalmente per mantenere un modello economico e quindi di vita che si regge su questo, bisogna spingere sempre più a creare nuova produzione, nuovi consumi e quindi nuovi bisogni.

Lo spettacolo s’inserisce proprio in questo punto. Crea il bisogno. Attraverso un complesso meccanismo sociale da cui ci siamo fatti sorprendere, senza nemmeno accorgersene.

Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, per spiegarlo.

A Sky Full Of Stars

Siamo agli albori del capitalismo, a cavallo tra il ‘700 e l’800. L’umanità esce da secoli di carestie, di pestilenze, di privazioni. Il capitalismo mette in moto un meccanismo capace di produrre per la prima volta merci in quantità sufficiente a sfamare e coprire la totalità della popolazione.

Progressivamente il capitalismo è uscito dalla materialità dell’esistente e ha investito il campo dell’essere, dell’esaltazione del luccichio, dello spettacolo, del religioso, dell’apparire, dello spirituale.

I contadini hanno abbandonato le campagne, il lavoro come palcoscenico dove gli attori e i protagonisti erano loro, per andare a eseguire compiti, divenire attrezzi passivi in mano ad un moloch gigantesco di cui ora i figli non vedono la testa e il busto ma che ai suoi piedi raccolgono solo quello che le classi organizzative davano loro, i loro scarti, per mantenerli sotto, in soggezione e avere dal loro lavoro manuale il loro sostentamento.

GengaEnea-fugge-da-Troia

La materia prodotta si è trasformata: da prodotto utilizzabile a spettacolo. Si è trasformata in sfavillio, in plastica e “deviazione” dall’uso concreto in se, la materia è divenuta attrazione, svago, esistenza stessa. Abbiamo perso la cognizione e la consapevolezza da dove le cose provengono. Ora sono calate dall’alto. Reclamizzate come imprescindibili alle nostre esistenze. Non consumarle significa peccare.

It’s a Pity Party!

Dalle campagne e dai loro canti i contadini si sono allontanati, facendo seccare e invadere dalle macchine assordanti e inquinanti, le loro zolle e i loro festeggiamenti divenire out-lettere, studiati da entomusicologhi, nel lavoro e nel raccolto, durante le feste e le sagre; sono andati sempre di più in massa a rinchiudersi nelle industrie, in blocchi di cemento gli uni sopra gli altri, davanti ai cine dei primi film muti, davanti al televisore del parroco, dello zio, del prefetto, di chiunque ce lo avesse in cinque, dieci, venti. Muti. Inespressevi.

Tutti uguali.

I pochi spettacoli all’aperto, come sfetature di quello che era, ed è, il teatro divenuto per i padroni, hanno invaso le piazze con i karaoke, le bande, gli show, gli sketch dove i contadini, poi gli operai continuavano ad essere i soggetti passivi da intrattenere. Educati a degli spettacoli di demenzialità palese, asfissiante, oppiacea.

La loro cultura contadina, della causa, della magia e dell’effetto, si è andata progressivamente esaurendo dentro una mentalità sempre più automa, meccanizzata, ipnotizzata dal consumo per consumare. Onnivoro, continuo, estenuante, di pessima qualità. La socialità di un epoca era scomparsa, insieme ad una violenta miseria.

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L’obbiettivo però è non rendere mai soddisfatti.

Su questa strada si è inserito il medium di massa che, davanti un soggetto passivo, dietro la pillola indorata dell’amusement, poteva ammansire e indottrinare come meglio tornava utile al suo sviluppo.

Il progresso è costato la libertà, in cambio abbiamo avuto la sopravvivenza, comoda, senza rischi; una continua spoliazione dell’intelligenza e della dignità.

Lost In Hollywood.

La classe intellettuale in tutto questo è rimasta a guardare e come operai, piccolo borghesi, del sapere, cercava di raggiungere il busto, la testa del moloch per farsi comprare, per sentire il proprio ego appagato, gratificato; la frustrazione dell’intellettuale d’altronde è palesemente visibile quanto commiserevole, miserevole e compassionevole: quanto più conosce e capisce tanto più sarà disprezzato, evitato, ridicolizzato.

Il capitalismo però è andato oltre; basato com’è su uno sviluppo progressivo esponenziale, vale a dire uno sviluppo illimitato su delle risorse limitate: ha dovuto creare sempre più bisogni e necessità, oltre alla auto-sussistenza dell’uomo con se stesso.

Il contadino con il suo lavoro bastava a se stesso e il divertimento e lo svago era anch’esso autoprodotto.

Per lavorare oltre la sussistenza, l’uomo ha avuto bisogno di stimoli esterni e questi glieli ha forniti il divertimento, ne va da se che per il divertimento è imprescindibile il lavoro.

Il divertimento funge sia da motivo per il quale si è “disposti” a rinunciare alla libertà di movimento e di conduzione dell’esistenza, sia da distrazione stessa, per i quali divertimenti, “reclamizzati” e mostrati invasivamente e continuamente, non ci pesa il condurre l’esistenza oltre la nostra completa volontà d’agire.

L’attenzione è continuamente catturata dalla merce, con questo intendo dire: sia dagli oggetti che hanno perso il loro valore d’uso e oramai gli rimane solo il loro valore di scambio, sia dal prodotto-divertimento, dall’aneddoto, dal gossip, fino alla sterile informazione, sterile in quanto fine a sé stessa.

Questa distrazione è fornita e veicolata dai c.d. media di massa. Come ho detto prima, i media organizzano e forniscono l’attività di scambio che abbiamo quotidianamente con i nostri simili. Fino a farci arrivare ad avere più rapporti con la materia, “lo spettacolo” che con i propri simili. Guy Debord previgentemente nel ’67: “lo spettacolo non è un insieme d’immagini ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”. Scambiamo lo spettacolo per realtà e ci rapportiamo attraverso i media alla realtà sempre più non vissuta ma riprodotta per immagini, videotape, frame, videoclip, trailer, sponsor, reclami, slogan, civette.

La riproduzione del reale è il nostro rapporto sociale: l’immagine parziale, decontestualizzata e strappata dalla realtà costruisce i nostri gusti, i nostri dubbi, le nostre speranze, la nostra identità, cosa crediamo che sia “nostro domine-pensiero”.

Dai media ci informiamo e da questi apprendiamo cosa ci serve, come dobbiamo essere, quale è il bene e quale il male; da questi abbiamo gli argomenti sui quali siamo indotti a sviluppare illazioni, ragionamenti, discussioni, conversazioni leggere di circostanza. Ci forniscono il nostro comune sul quale basiamo la nostra identità e la nostra storia..

Lo spettacolo é la mercificazione della vita; Tutto è merce nello spettacolo. Lo spazio sociale è invaso. La persona sociale ne è consunta.

Il consumo alienato, voglio dire, è il surplus inteso come “dovere”, della terza rivoluzione industriale, quella dello spettacolo, dopo, quello che fu il surplus ricavato, dalla sovrapproduzione alienata della seconda. Del lavoratore -trattato come schiavo- che produce ed è pagato giusto il necessario del mantenimento della sua forza lavoro, fino alla fine della prima metà del ‘900; il capitalismo ne ha avuto bisogno per alimentare la sua natura, di produzione esponenziale.

Ciò ha significato che da schiavo il lavoratore, edulcorato dal disprezzo palese che gli era chiaramente espresso, si è ritrovato, improvvisamente, trattato apparentemente come una persona, con una cortesia premurosa sotto il travestimento del consumatore ma questa cortesia è commisurata alla sua potenzialità di spesa. Il lavoratore è divenuto anche consumatore. Ora deve consumare ciò che produce. Lo deve fare in fretta e in grandi quantità, altrimenti, la sua prigione di sicurezza che lo esclude, lo preserva e lo dimentica (oltre che da se stesso) dalla Natura selvaggia, crollerebbe.

Lo spettacolo è sia l’insieme di tutta qst follia, sia la sua propaganda, il suo monologo elogiativo e autoriproduttivo.

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Nell’economia quindi, possiamo facilmente essere d’accordo, si svolgono tutti quei fenomeni che dai media sono veicolati, dalla politica dosati o gestiti e dal popolo vissuti e consumati.

Pasolini in un intervista del ’74 riportò le seguenti parole: “nei regimi democratici occidentali contemporanei, quella a-culturazione quella omologazione che il fascismo non ha potuto ottenere; il potere della civiltà dei consumi riesce ad ottenerlo perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari, togliendo realtà ai vari modi di essere uomini che la società nella storia ha prodotto, in maniera molto differenziata; questa a-culturazione basata su un’informazione tramite il consumo, sta distruggendo ciò che è creativo; questo è il vero fascismo.”

I media creano dei codici e dei canoni riconducibili a ciò in cui possiamo riconoscere e riconoscerci. Tutto ciò che serve a riportarci a quei codici e a quei canoni è sacro e deve essere comprato e consumato. Vale a dire serve per eguagliarci e innalzarci alla realtà mostrata e riprodotta dai media. Unica reale. Unica possibile.

Pasolini aveva già intuito i cambiamenti sociali e culturali prodotti dalla massificazione dei medium di massa, quando si accorse che tutti i giovani di borgata avevano iniziato a vestire, comportarsi, pensare in modo analogo a quelli di città. Chiamò questi come fenomeni di mutazione antropologica.

L’economia qui è centrale perché oltre ad arrivare capillarmente in tutta la società, le grandi aziende che conquistano lo spazio virtuale dei media, riescono a irretire qualsiasi forma d’autonomia, anche a livello intellettuale. Oggi, per stravolgere il motto di Descartes, si arriva oltre il bisogno, per approdare alla conquista del proprio io vedendolo proiettato nella sua capacità di consumo.

Compro quindi sono. Nella necessaria, in questo caso si, compulsiva follia di acquistare materia, prodotto, per sentirsi vivi, desiderabili, per l’inversione di quel ruolo-rapporto desiderato-desiderabile e dar senso a quell’illusione di vivere, senso a quella recondita colpa, e nascosto, perché altrimenti avvilente, dubbio, dell’aver sacrificato la nostra libertà per il lavoro, in cambio di oggetti.

Questi oggetti più saranno consumati, acquistati, accumulati e con la stessa rapidità buttati, più ci sembrerà, appagheranno la nostra sete d’esistere. Ma mai dovranno colmarla. I media e lo spettacolo da essi prodotto e che tramite di essi si veicola, costruiscono la vita e i consumi con i quali costruirla e costellarla.

Il prodotto è vero, come detto, nella sua volatilità. Quindi dovremmo lavorare di più per comprare di più, dovremmo anche però produrre di più e per questo consumare ancora di più. Si sa di converso, che l’assetato non si disseta con l’acqua fredda ma con quella calda.

 

1.2 Il c.d. divertissement.

 

Un punto molto importante della filosofia pascaliana è la critica al divertissement, inteso da lui nel senso originale di deviazione e allontanamento (dal latino devertere, cioè deviareallontanarsi). Tale divertimento non è dunque la festa o il gioco, ma è ogni azione riprodotta per l’uomo, al fine del suo intrattenimento, che sia culturale o d’informazione  o di divertimento e gioco. L’uomo ricerca cioè ogni forma di divertimento (e anche d’impegno in un’attività o un’occupazione più gratificante) come uno strumento di distrazione, un diversivo che è in realtà un risibile tentativo di sottrarsi a ciò che genera infelicità nella sua vita: l’ignoranza, il pensiero della morte, la propria pochezza, il sentimento d’angoscia ecc.

Pascal scrive infatti:

« […] ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. […] ho voluto scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una effettiva, che consiste nella infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e così miserabile che nulla ci può consolare quando la consideriamo seriamente. »
(Blaise Pascal, Pensieri, 139)

Il divertimento, per Pascal, è dunque la peggiore e la più vasta piaga del mondo, in quanto ogni uomo cerca di “distrarsi” dalla propria condizione debole, mortale, per questo si disperde in infinite attività che lo illudono e, al contempo, s’impegna egli stesso ad illudere gli altri. L’uomo è sempre in movimento, ma, se si ferma, sente il nulla; ma stare sempre in movimento è dannoso, poiché l’uomo è vero solo nella stasi; lo stare tranquillo in una camera non sarebbe dunque la causa dell’infelicità, ma solo la rivelazione di tale infelicità, che in realtà è sempre presente.

Il divertimento è la nostra più grande miseria poiché, per Pascal, ci distoglie dalla nostra unica dignità e ricchezza, cioè il pensiero, con l’illusione della dignità stessa (cioè lo svago).

L’uomo, perciò, non riesce mai a restare solo con se stesso: ha paura del suo ‘io’, non vuole essere assalito dalla noia. La noia è benedetta, diceva Pascal, perché ci spinge a riflettere sulle cose del mondo. Ma questo stato di meditazione, che è ‘otium filosofico’ in fin dei conti, viene evitato, purtroppo, dall’essere umano, poiché innesca in lui una paura quasi naturale nei confronti della conoscenza della verità reale e non fittizia.

continua qui…

 

Panem et circenses n.1ultima modifica: 2014-07-07T19:29:53+00:00da wildwingswawe
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