Panem et circenses n.2

 

1.1 I modelli

 

Dopo più di ‘50 anni in cui c siamo nutriti di spettacoli di ogni genere riprodotti dai media, questi hanno preso il posto degli oratori, delle famiglie, della scuola, degli amici. I più grandi medium di massa raccomandano cosa pensare e come pensarlo, quali opinioni avere, decidono dei tuoi gusti, sanno cosa compri e cosa ti serve, decidono i cannoni e i parametri con cui andrai a misurare e giudicare la realtà. Forniscono il significato di bellezza.

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Tutte le dinamiche della società sono veicolate tramite lo spettacolo dei media. Vale a dire che i media estrapolano, registrano e distorcono (avvincendo, comprimendo, abbellendo la realtà). Forniscono l’opinione dell’informazione, decidendo già quale informazione fornire, quale notizia, decidendo e sancendo ciò che esiste e ciò che non esiste (se ascoltiamo la gran parte della popolazione con una cultura medio bassa, per suffragare e ufficializzare le proprie idee, li sentiremo esclamare: “lo ha detto la televisione”.

Dal luogo della piazza, la quale oggi, anche, è governata dai media, si è passati al media per apprendere le notizie, avere un’idea, formarsi un’opinione, decidere cosa fare nel tempo libero dei media.

Questa realtà già decurtata, queste “notizie” già selezionate ne viene data una divulgazione e una narratologia in base alla linea editoriale che segue il media in questione, questa linea editoriale è l’opinione riflessa degli interessi del proprietario, chi finanza;  una piccola e ristretta cerchia di persone riflette massificando ed espandendo una circoscritta realtà, la quale per varie cause viene assunta dai media e resa utile, celebre, unica e vera. La notizia è una merce, viene scambiata, venduta, strumentalizzata e usata ai fini estrinsechi del mero suo uso, oltre la sua propria ontologia. La notizia allora va oltre la funzione d’informare. Diventa appunto merce, feticcio magico sul quale basare la nostra forza; chi ha in mano la notizia, l’informazione ha il potere, vince a questo gioco al ribasso della rivalsa sociale, dell’uno contro l’altro; la quintessenza del capitalismo; è palesemente visibile che in un gruppo i ruoli, le esperienze e gli oneri sono diverse e distribuite tra tutti i componenti; chi rimane indietro è aiutato per la solidarietà formatasi nel l’identità come gruppo e non come singolo; basti vedere come tutte le aziende cerchino persone con che sappiano lavorare in team e non da sole, la vera difficoltà oggi è proprio questa; s’è perso l’altro come individuo perché non lo riconosciamo più, siamo talmente abituati a vivere singolarmente che guardiamo l’altro come uno spettacolo riprodotto da giudicare. I media propongono e consigliano, suggeriscono i libri da leggere, la musica da ascoltare, i film da andare a vedere. Ma questo dei media è un rapporto di superiore a inferiore, parlare attraverso il media è un parlare sempre ex-cathedra, le parole calano dall’alto e il fruitore del media non può commentarle, rispondere e per la velocità espressa in se dal mezzo mette il fruitore nella condizione di non poter riflettere, quindi bilanciare o ricercare opinioni differenti, contrarie. Da quelle date dal mercato, dalla vendibilità di quel prodotto. Tutti i bisogni sono ottemperati effimeramente e caducamente dallo spettacolo della merce. Dell’altro non abbiamo più bisogno nell’ipnosi.

Il sapere non sfugge alla regola. Viene nel tempo settorializzato e reso merce. Valorizzandone di più la quantità che la qualità. L’informazione è comprata prodotta e scambiata non la cultura, il concetto, il discorso. Troppo lungo, noioso, elaborato, verbale da poter rientrare nei format dell’immediatezza, della rapidità dell’esecuzione e del tempo in cui agisce il media; dove tutto è in un momento già inattuale, già passato. L’immediatezza, è anche qui proprietà di consumabilità, veloce e istantanea, altrimenti il prodotto si deteriora, perde il valore che gli fornisce la moda e il tempo, ha fatto cadere il sapere in un involucro senza corpo. La cultura ha diritto di esistere solamente in base ha quanta attinenza ha in quel preciso momento, vale a dire se è riproducibile, se ha mercato.

Il concetto stesso di Arte. Si è venuto perdendo. Arte viene dal sanscrito e significa “muovere”, “smuovere”, “muovere verso” ma anche traslatamente “suscitare”. Nell’era in cui l’Arte, o meglio la riproduzione artistica in cui l’arte ora, si rappresenta e viene rappresentata, è resa merce, spettacolo fruibile, consumabile, acquistabile: non smuove più alla ricerca della bellezza, perché non la sappiamo riconoscere e in tendio si trasforma la nostra vita quando non consuma; senza gusto, creatività e sentimento l’arte é morta. 

I media sono il nostro grande ordinatore. Una sorta di sciamano, al quale tutti devolvono qualcosa, in primis la propria libertà. Si potrebbe dire che non abbiamo più fantasia. Tutto è già previsto.

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Per ritornare al nostro tema quindi i media sono stati incaricati, gli è stato affidato il compito di riprodurre massicciamente, esponenzialmente e capillarmente la produzione illimitata della quale si nutre il nostro capitalismo, la nostra società. Sia di idee (controllate) sia di news (gestite)  sia di prodotti, oggetti (deperibili e quindi consumabili). Sia di spettacoli: organizzati come siamo anche sull’intrattenimento, siamo privati oramai di una propria capacità di pensarli e crearli our self. 

Proprio la competizione e l’individualismo creato dal capitalismo sono essenziali al suo approvvigionamento, sostentamento e infine solo ad esso è dovuta la sua esistenza. Esso si nutre della nostra solitudine, della nostra noia, della nostra inadattabilità a vivere autarchicamente. Ci induce e comanda che abbiamo bisogno della catena sociale del capitale, in cui ciascun uomo individualmente produce un certo prodotto ma del quale prodotto è estraniato e non può partecipare collettivamente ma deve produrre singolarmente e in maniera autonoma. Pezzo per pezzo. Professione per professione. Ognuno così è specializzato e avrà sempre bisogno della collettività individualizzata ed estraniata della quale non potrà fare a meno. L’uomo così ha sempre bisogno dell’altro uomo ma solamente in misura della sua capacità di produrre, scambievole, consumabile e conquistabile tramite il metro di misura di tutto ciò che ha valore oppure non lo ha, il denaro. L’uomo non è più visto quindi per i valori che ha, per la sua umanità, per chi è ma per il suo valore di mercato; l’utilità che in una società esprime.

Odissea Negra

I modelli creati dai media, quindi, esistono come vetrina per il prodotto sul quale orientare lo spettatore-consumatore. I modelli sono ricavabili dall’immaginazione e dai sogni che hanno i singoli o le famiglie.

Nutrono quel sentimento inespresso di fuga dalla realtà, di senso di giustizia da portare a compimento, di voglia di vivere un sentimento romantico con una persona dell’altro sesso o dello stesso; fanno pervenire il consumatore-lavoratore-spettatore a vivere l’avventura in cui riconoscersi, rispecchiare i propri istinti, fondare la propria identità. Ecco il secondo punto dell’operato dei media nella società post-capitalista, quella dello spettacolo: la ricerca d’identità da esercitare in gruppo non è più ricercata dall’adolescente nel confronto con il padre o con la madre, nelle varie vicissitudini o “avventure” con i quali da bambino viveva e affrontava ma è assunta tramite la capacità catartica che ha il medium di estrapolare dalle nostre individualità ciò a cui per vissuto, peculiarità fisiche o di carattere o ambiente, vorremo rassomigliare di più. Quindi si crea, in una spirale distorta, un creare identità non costruite ma riflesse, esercitate sul nostro occhio, unica porta sensibile d’accesso al nostro inconscio che su questo, la nostra mente, costruisce la sua identità. Quindi non tramite la vita ma sempre anche qui attraverso la riproduzione di questa vita.

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La riproduzione è fallace perché è verosimile, estraniante. I media come ho detto estrapolano, per loro necessità tecnica, non l’intero ma la parte, lacerando un modello costruito come vero dal suocontesto originario che solitamente ha la durata temporale di una vita. I modelli sono istantanei, vincitori o perdenti, comunque in grado di rispecchiare un sentimento che deve essere sfogato. Noi abbiamo l’urgenza di essere spiegati e descritti. Se le nostreistanze, dei nostri istinti vengono riprodotti e sono visibili, lì abbiamo la rassicurazione che esistiamo. Nello spettacolo riprodotto di una certa parte delle nostre pulsioni, espletiamo quella carica emotiva e creatrice da ridursi notevolmente quel bisogno di  esigenze istintive da manifestare.

In un mondo in cui i media hanno reso esistente, quindi veritiero e con diritto e qualifica ad esistere, solamente tutto ciò che è visibile e riprodotto all’infinito (o finito entro il tempo della sua necessità d’attualità) ciò che è attuale è rivendibile: in questo mondo tutto ciò che non lo è, non esiste, fa paura.

Bisogna essere visibili e rappresentati altrimenti non si è riconosciuti e la nostra esistenza può scivolare tra il paradosso dell’inesistenza, marchiata come materia fantastica oppure può incutere timore o ironie.

Paradossalmente quindi ciò che non esiste, vale a dire ciò che è solamente una parziale riproduzione ha riconosciuta la propria esistenza più che una realtà non riprodotta o non riproducibile.  

….continua  qui.

Panem et circenses n.2ultima modifica: 2014-07-18T09:24:09+00:00da wildwingswawe
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