Panem et Circenses n3

-Questo art. é uscito in tre pezzi. La prima parte la trovi cliccando qui

1.2 Il corpo del prodotto.

La bellezza è un esempio d’imposizione di gusto ai fini della massima vendibilitá di un prodotto. L’oggettivita per la massa è data dalla sua canonicità esteriore. Dato che come società del consumo e dello spettacolo il prodotto reale è il corpo, non l’anima, il valore o l’utilità che fanno vendibile un prodotto, è bene nella logica del capitalismo sponsorizzare al massimo la sua attrattivitá esteriore.

Se la bellezza fosse soggettiva, vorrebbe dire che la bellezza di una cosa starebbe nella sua capacità di esercitare in chi la guarda, un’emozione. La società della merce e della realtà ridotta a continuo spettacolo, essendo una riproduzione, non può farlo, se non basandosi solamente con la ripetizione di codici che l’occhio vede e trasmette ai nostri impulsi nervosi che riconoscono quella canonicità, perché ripetuta. Questi codici sono quindi massificati per vendere quella realtà, oggetto o notizia o informazione che sia. Una volta ridotta e dequalificata a merce questa realtà viene adattata ai medesimi canoni assimilati dalla massa ed evinti da essa (scoperto cosa la massa vuole) ed infine riproposti nella  adattata forma, secondo il determinato target che quel prodotto rientra. Qui è la critica che dopo vent’anni di prepotente invasione delle tv private e non più soggette a censura, approccio morale-educativo, dello stato, è venuta fuori. L’esempio adatto può essere l’uso strumentale che viene fatto della donna e del corpo delle donne ridotto e dequalificate a merce di scambio; non sono più interessanti e mostrate (ricordiamo che in quest’epoca apparire vuol dire esistere) come persone, donne ma come oggetto d’attrazione, rispondenti a determinati cliché che le vede “apprezzabili”, di valore solo in base al loro potenziale erotico; così facendo si vede depotenziato il valore della donna in sé come persona e dato risalto solo come corpo, vale a dire materia di consumo che ha più facile mercato. Ciò ha diversi risvolti che non è la sede questa di parlarne, basti sapere che produce delle conseguenze nell’intera società, non solo nelle donne ma anche negli uomini visti per lo più come oggetti adatti solo al sesso o organismi attratti solo da esso. Lascio immaginare che alta considerazione ne può venire fuori, nella rispondenza dell’uno nel giudizio dell’altro. Anche qui l’essere di una realtà è diviso in pezzi e non riprodotto nella sua interezza. 

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I media purtroppo nel tempo della volatilità e quindi della deperibilità di un prodotto sono costretti a comprimere, non fornendo una spiegazione, semplificano. Decontestualizzano. Semplificando escludono. Mostrare vuol dire giudicare e farlo di un’azione o una realtà significa porla come  giusta o sbagliata ed è riduttivo. Obbliga lo spettatore nella condizione di porsi come in una gara in cui si deve affrettare a prendere posizione, a schierarsi. Il corpo stesso del prodotto è confezionato in misura di scelta: sono d’accordo oppure no, ne ho bisogno o no?

La livellazione che questa sovrapproduzione d’immagini e di prodotti costruisce, estranea l’uomo e lo spettatore che del consumismo è tale, in una posizione di contrasto con l’altro e di prigione. La materia, la notizia, il prodotto ci pone gli uni contro gli altri. Al fine di dividerci. E non permette una “terza via”. La velocità e la temporalità dell’essenza del corpo del prodotto non ci fornisce il tempo che la riflessione richiederebbe: quello dell’estraneità della critica, se possibile dell’astrazione di un prodotto, oggetto o spettacolo che sia, al fine di renderlo estemporaneo ed inquadrarlo concettualmente oltre la sua contengibilitá del momento. La riflessione appunto porterebbe a conclusioni non di scelta ma di critica. Vale a dire ci porrebbe nella condizione di capire perché una determinata cosa è accaduta e come mai. La prima reazione non sarebbe quella di giudicare, di scegliere. Altri tipi di domande nascerebbero: cos’è ciò che sto guardando? Da dove nasce la dicotomia propostami? A queste domande dovremmo trovare delle risposte. La morale c’entra poco, qui. Mi sembra possa rientraci più un discorso s’un metodo educativo che manca. Con educativo cosa voglio dire? In una società questa dove c’è una forte pressione e peso da parte dei media i quali hanno la responsabilità di parte dell’opinione pubblica formante, essendosi  venuta a sostituire, nella rapida crisi di massa che ha toccato la scuola, la famiglia e la religione. Porgersi quell’obbiettivo che sta dietro la logica della frase dell’Ulisse di Dante, nel ventisettesimo canto: “fatti non foste per viver come bruti ma di virtute e conoscenza” invece che seguire la logica del produrre secondo logiche di mercato.

Allora si, dovrebbe essere tranquillamente assimilato che in una società democratica in cui ognuno ha una propria opinione, tutti sono nella ragione, nella loro ragione e la realtà come spettacolo ci pone davanti invece alla scelta “brutto” o “bello”, “positivo” o “negativo”, “bene o male”. Se la realtà è presentata come insieme di dinamiche quella realtà ci pone in obbligo di capire, di risolverla e di conviverci. Vale a dire che l’obbiettivo sarebbe l’insegnamento della convivenza e non della scelta.

Panem et Circenses n3ultima modifica: 2014-08-01T11:43:18+00:00da wildwingswawe
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